Si è chiusa l’era delle comproprietà

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Come da tempo preannunciato, con la giornata di ieri la F.I.G.C. ha posto fine ad uno degli istituti più discussi del calcio moderno: la compatercipazione contrattuale tra squadre. Sono pochi e dai dubbi interessi coloro che piangono sulla tomba delle comproprietà, la restante maggioranza invece gioisce del lascito testamentario di questa: una nuova certezza e trasparenza.  Tali infatti si pensa saranno i risvolti della cessazione di quelle nebulose relazioni contrattuali, di cui rimanevano ambigui i risvolti in ambito fiscale – come non hanno più volte mancato di sottolineare le autorità dell’agenzia delle entrate, spiegando che in regime  di compartecipazione, a contrario di quanto si pensi, la società inizialmente titolare del cartellino del giocatore non cedeva direttamente la metà di questo all’altro club, bensì lo vendeva per intero, ma ad un prezzo solitamente dimezzato rispetto al valore di mercato; per poi assicurarsi, tramite una clausola, di dividere in futuro il possibile vantaggio o svantaggio economico. In tal modo il guadagno era duplice: il club inizialmente titolare del cartellino pur essendosi assicurato un’aspettativa sul giocatore evitava di pagarne le tasse sul lavoro, l’altro invece si assicurava le prestazioni del giocatore a prezzo ridotto.

 

Nonostante  le pecche  sul profilo tributario e le difficoltà generate dalle complicate e molto spesso intricate relazioni contrattuali, con la formula della comproprietà sono stati lanciati molti giovani giocatori che altrimenti non avrebbero trovato spazio nei club di appartenza, che al contempo non volevano privarsi del loro talento. È questo il caso di Ciro Immobile, ceduto inizialmente solo a metà dalla Juventus e la cui storia successiva è ben impressa nelle menti dei tifosi granata; o Alessio Cerci, il cui snodo della proprietà è senz’altro risultato più agevole con l’esborso di 4 milioni di euro alla Fiorentina. Scolpito nel ricordo rimarrà anche l’imbarazzante episodio del 2011 che vide protagonista il dg del Bologna Stefano Pedrelli, il quale, a causa di un’errata trascrizione della cifra offerta (2,3 milioni al posto dei 4,7 stabiliti) per la risoluzione alle buste, fece sfumare l’acquisto a titolo definitivo di Emiliano Viviano.

 

Il progresso delle istituzioni calcistiche ha infine costretto anche l’Italia ad abbandonare la pratica delle comproprietà e gli sviluppi, per quanto incerti, porteranno sicuramente certezza nei rapporti tra squadre e giocatori. 

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