Cerci: “Cairo, gli sforzi pagano. Ventura? Per sempre il mio maestro”

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Sono trascorsi 10 anni dal fallimento del Torino Calcio e dalla nascita del Torino FC: dieci stagioni che andremo a ripercorrere attraverso le voci dei protagonisti. Dall’annata 2005-2006, quella dell’immediata promozione, passando per gli anni della Serie B fino ad arrivare alle più recenti, con il ritorno in Europa dopo oltre vent’anni.

 

Mostra con orgoglio quel tatuaggio sul petto, all’altezza del cuore, che reca la scritta 13/04/2014, 47:47 2T. Non delle cifre qualsiasi, quel giorno Alessio Cerci pose il suo prezioso sigillo su una delle rimonte più belle ed emozionanti del Torino, il Torino delle sorprese e dell’Europa League, contro il Genoa di Gasperini. Era la squadra del tandem d’attacco con Immobile, quella che, a fine stagione, poté festeggiare, sebbene a tavolino, la qualificazione in Europa. Tra gli acquisti più onerosi (e anche sorprendenti, visto il riscatto al fotofinish per evitare le buste con la Fiorentina) dell’era Cairo, Cerci è tra i giocatori di maggiore qualità transitato negli ultimi anni in granata.

E Cairo ha di recente dichiarato di avere avuto un rapporto speciale con lei. Sa perché?
Sì, perché era semplice. Ci siamo sempre confrontati con grande schiettezza e realtà: ho molta stima del presidente, e lui di me. Non abbiamo mai litigato, ma abbiamo sempre espresso i nostri punti di vista in maniera molto diretta. La cosa migliore, per far sì che i rapporti possano andare avanti.

Si parla sempre del Cairo prima di Ventura, e del Cairo dopo Ventura. Ma nei due anni in cui è stato in granata, ha notato degli ulteriori cambiamenti?
Ho sempre reputato il presidente solido nelle sue idee, ma credo che nel corso del tempo sia migliorato. Ha capito che il Toro può davvero fare cose importanti, spendendo il giusto. E quest’anno ha investito molto, perché sapeva che con qualche acquisto mirato, e soprattutto con Ventura in panchina, avrebbe aiutato il Toro a raggiungere traguardi importanti.

Facciamo un passo indietro, parlando della sua comproprietà. Le buste sembravano l’esito più probabile.
Ero convinto che non ci si sarebbe arrivati, che il Toro mi avrebbe riscattato. Ventura mi voleva trattenere, e io volevo restare in granata perché mi ero trovato benissimo la prima stagione. Ne ero sicuro, non pensavo a un futuro diverso da quello.

Ecco, Ventura: vi sentite ancora?
Sì, sempre. Lui è il mio maestro, ha sempre parlato bene di me anche nei momenti di difficoltà. Il nostro è un rapporto che va oltre il calcio, e ha avuto quella bella intuizione con il cambio modulo. Inizialmente voleva giocare, come ha poi fatto lo scorso anno, con le due punte vicine, e aveva pensato di spostarmi avanti, liberandomi dai compiti difensivi, ma vedeva non sfruttavo al 100% le mie caratteristiche. Poi ci siamo confrontati e Ventura ha pensato di giocare con il, come avevo detto in passato, 3-5-1-Cerci, lasciandomi largo a destra. Funzionò alla grande.

Quando avete capito che l’Europa sareste riusciti a conquistarla?
Dalla seconda metà del campionato. Da quel momento, ci abbiamo sempre creduto: miglioravamo di partita in partita, mettendo in difficoltà tutti. Il campo parlava per noi, il Toro era temibile chiunque affrontasse, eravamo tanto forti.

È stato più stupefacente, secondo lei, il Toro di Cerci e Immobile o quello dello scorso anno?
Sono circostanze molto diverse, fare un paragone forse non è corretto. Noi eravamo un’ottima squadra, io e Ciro siamo riusciti a emergere con l’aiuto dei compagni. Penso che, in generale, siano state delle buone squadre, e anzi credo che il Toro stia crescendo di stagione in stagione. Cairo e Petrachi hanno messo a disposizione di Ventura un ottimo collettivo, si possono fare grandi cose, con giocatori giovani ma già decisamente pronti.

Dopo i primi mesi all’Atletico, ha mai pensato a un suo nuovo trasferimento in granata?
A gennaio di quella sessione di mercato no, non si poteva fare. Venivo dall’Atletico, l’operazione era molto difficile a livello economico e avevo anche altre squadre alle spalle, che premevano per avermi, tra cui appunto il Milan.

Un biennio in granata indubbiamente intenso. Dovesse tornare indietro, cosa salverebbe e cosa butterebbe via?
C’è solo una cosa che vorrei cancellare con tutto me stesso: quel maledetto rigore a Firenze. Fu un momento davvero difficile da superare, penso che me lo porterò sempre dentro. Certo, mi ha fatto anche maturare molto, ma fu tragico: ci meritavamo l’Europa, l’avevamo sudata sul campo. Sarebbe stato un vero peccato non riuscire ad arrivarci. Le cose positive invece sono tante, ho molti bei ricordi. Quello che mi piace di più è però il sentimento che sentivo da parte dei tifosi, quando hai un ambiente che ti vuole così bene, che ti tratta davvero come un figlio, l’emozione è grandissima. E indimenticabile.

 

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