Mihajlovic e la panchina che scotta. Il Milan si scopre mangia allenatori

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Era il 4 novembre 2001. Una vita fa, calcisticamente parlando. In quell’umida serata autunnale, il Torino riusciva a vincere tra le mura amiche, per l’ultima volta, contro il Milan. Un Milan potenzialmente stellare (in panchina c’era Pirlo, in campo Rui Costa, infortunato Shevchenko), ma con difficoltà di gestione non indifferenti. Ad allenare quella squadra era Fatih Terim, per l’ultima volta (bis). La sconfitta contro i granata di Camolese costò infatti la panchina al tecnico turco, scelto da Berlusconi per rifondare dopo il triennio di Zaccheroni: una rifondazione che effettivamente ci sarà, ma non con l’ex mister della Fiorentina. Bensì con Carlo Ancelotti che, subentrato, riuscirà a far arrivare i rossoneri al quarto posto e, l’anno successivo, a vincere la sesta Champions League.

 

Da quel novembre, Ancelotti siederà sulla panchina di San Siro per ben otto stagioni, fino al 2009, quando gli subentrò Leonardo per poi lasciare spazio ad Allegri, allenatore dei lombardi per quattro stagioni e un pezzettino. Ed è proprio da quel “pezzettino” che il Milan è tornato a scoprire un lato di sè che da molto tempo gli mancava: Allegri, poi Seedorf, poi Inzaghi, ora Mihajlovic. Quattro allenatori in rapidissima successione, in un biennio (solare, non sportivo) per l’esattezza, con risultati più bassi che alti e con la voglia di voltare definitivamente pagina dopo le due esclusioni consecutive da una competizione europea. Per farlo, ecco appunto che la scelta è ricaduta sul tecnico serbo, che come Terim bene aveva fatto in una squadra di medio alta classifica (allora era la Fiorentina, ora è stata la Sampdoria), ma che nonostante la carta bianca sul mercato (Terim si portò da Firenze Rui Costa, e ottenne l’acquisto di Umit Davala; Mihajlovic ha insistito parecchio per poter avere, anche se a peso d’oro, Romagnoli) sta ancora faticando per trovare la quadratura del cerchio.

 

E proprio a Torino, dopo la clamorosa sconfitta per 4-0 a San Siro contro il Napoli, l’ex allenatore di Sampdoria e Catania sa di giocarsi una buona possibilità di permanenza alla guida del Milan. I risultati arrivano e non arrivano, il gioco latita, e per un ambiente che vuole tornare a vincere dopo anni di frustrazione – e dopo investimenti plurimilionari – la pazienza è ridotta al lumicino. E in caso di fallimento, l’esonero potrebbe concretizzarsi: sarebbe l’ottavo, da quando Berlusconi è alla presidenza del Milan (che risale al 1986); addirittura il quarto in due anni. Numeri poco rassicuranti, soprattutto confrontata l’esperienza al contrario che sta vivendo il Torino di Cairo, che dopo il tourbillon di direttori tecnici (e sportivi) ha saputo frenarsi di fronte al binomio PetrachiVentura. Con grande profitto.

 

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