Tutta la fiducia che serve

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Ci casco sempre. Eppure avrei dovuto impararlo, dopo tutti questi anni. Il Toro dalle trasferte a Roma non esce quasi mai indenne. Questa volta era pure la prima di mio figlio allo stadio. La quarta in assoluto, la prima in “trasferta” (tra virgolette perché viviamo pur sempre nella Capitale). Lui era emozionatissimo da giorni, io sentivo puzza di fregatura già da un po’. Quando il giorno prima mezza famiglia si è beccata l’influenza ho visto il terrore nei suoi occhi: “Ma noi andiamo lo stesso allo stadio, vero?”. Sì, gli ho detto, se mi reggo in piedi. Purtroppo mi reggevo in piedi.

 

Il viaggio da casa all’Olimpico con la colonna sonora degli inni del Toro. Una volta parcheggiato io ho persino tentato di dirgli di non dare troppo nell’occhio, che non si sa mai chi incontriamo per strada. Niente, lui cantava a squarciagola “E ancora Toro / e sempre Toro…”. Mi riempiva di domande, e ogni due minuti mi diceva: “Oggi il Toro deve vincere”. Speriamo, gli sussurravo io, speriamo. Dentro allo stadio per lui tutto era un avvenimento. Pur essendo parecchio in alto in Monte Mario riconosceva tutti i giocatori. E li incitava, gridava, tifava. Circondati da laziali, venivamo guardati comunque con simpatia, certamente più di quella che avrei fatto io da solo. Non gridare, gli dicevo io. Siamo allo stadio, si può parlare forte, mi rispondeva con la saggezza furba dei suoi sei anni. Superate indenne le bestemmie e i vari “mortacci” dei vicini di posto, siamo stati colpiti al cuore da quel pasticcio difensivo. Il secondo tempo è stata una faticaccia, il 2-0 mi ha abbattuto. “Rimaniamo lo stesso fino alla fine”, mi diceva lui. Va bene, gli dicevo io, inconsapevole che la beffa sarebbe arrivata proprio alla fine. Mentre lasciavamo mesti lo stadio e chiacchieravamo con altri amici granata beccati all’uscita, lui mi fa: “Papà, sono contento di essere andato allo stadio a vedere il Toro”. E il giorno dopo a scuola (prima elementare) ha voluto andare a ginnastica con la maglietta granata. Molto più ottimista di me, mi ha costretto a guardare le cose come stanno e non come appaiono. Ti prego dammi un tuo giudizio, mi chiedeva un’amica poco dopo la partita su Facebook. Ero allo stadio, le ho scritto. Mi dispiace, ha fatto lei. Un altro amico già diceva che basta, la nostra dimensione è dopo il decimo posto, che Quagliarella non deve giocare, piuttosto Amauri. Forse ha ragione, ho pensato, ma poi mi sono ricordato che è lo stesso amico che Amauri lo voleva morto un anno fa, e che – sempre un anno fa di questi tempi – diceva che avremmo lottato fino all’ultima giornata per salvarci, che Ventura se ne doveva andare, e che Cairo non aveva nessun progetto. A quel punto mi sono sentito rassicurato. Quanti anni sono che in questo periodo fatichiamo? E ancora non abbiamo imparato che criticare l’allenatore che ci ha riportati in Europa, a battere le grandi e vincere il derby dopo vent’anni è esercizio inutile e dannoso per la salute più degli insaccati secondo l’Oms? E’ troppo presto per farsi il fegato amaro. E poiché sono pazzo d’amore per questa squadra, prendo i biglietti per il derby.

 

 

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