Bergamo, impara / Parte 1

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E così me ne ero uscito con quella domanda. Al termine di una giornata dura, densa di emozioni, di giustificata stanchezza l’avevo chiesto. Mi era uscito così, chiaro, pulito e senza fronzoli. E, a pensarci bene, non era neppure una domanda. Nello stesso tempo in cui mi pronunciavo, già sapevo la risposta. Speravo che i miei amici la pensassero come me, ma sapevo già che cosa sarebbe stato giusto fare, che cosa avrei fatto, nello stesso momento in cui mi pronunciavo. Era un quesito che prevedeva una sola e semplice affermazione, a pensarci bene era una domanda posta con un punto esclamativo dopo quello interrogativo.

 

Tutto era cominciato quella domenica di gennaio che io, Fefè, Quadro e il P.M. avevamo deciso di seguire il Toro a Bergamo. Avevamo una gran voglia di fare una trasferta con il treno, ma i clubs non avevano organizzato nulla sulla via ferrata. Le possibilità erano due: pullman o cani sciolti. Avevamo fatto la nostra scelta quando Fefè aveva detto che si sarebbe unito a noi Essedipì con due ragazze, ma che sarebbero arrivati dal Veneto in treno. Se avessimo viaggiato con i gruppi organizzati sarebbe stato complicato trovarsi prima di entrare allo stadio, quindi avevamo concordato gli orari e avremmo preso il treno per i fatti nostri. Con loro ci saremmo trovati in stazione, a Bergamo, a metà mattinata.Il viaggio da Porta Nuova a Milano era volato rapido e indolore. Dopo un breve giro per le carrozze ci eravamo rassegnati a essere tra i pochi che avevano scelto quella formula di trasferta. C’era qualche anziano e un paio di famigliole, ma non era neppure detto che ci andassero davvero allo stadio. Magari a Milano si sarebbe aggiunto qualcuno in partenza da altri luoghi, quella era la nostra speranza. La prima tratta era servita a Fefè per mettere in chiaro una cosa: le due squinzie erano già prenotate. In pratica, Essedipì mirava a una delle due e gli mancava poco per raggiungere l’obiettivo. Ma gli serviva una sponda, così aveva convinto la tipa a portarsi un’amica, elogiando a dismisura quanto fosse figo Fefè. Quanto a lui, Fefè, effettivamente ci sapeva fare con le ragazze. Quando al Ruffini c’era il basket di serie A, dopo la partita del Toro, lui usciva rapido dalla Maratona per andare a baccagliarsi una bella ragazzina con la maglietta bianca tutta attillata che trapestava sui tamburi in prima fila. Quella domenica la Chinamartini giocava fuori casa, quindi poteva tranquillamente spassarsela con l’amica dell’amica di Essedipì. Semplice. Lineare. Quadro si era limitato a chiedere: “ma almeno sono del Toro?”. Per tutta risposta si era sentire dire un “chennesò, ti cambia qualcosa?”. Il P.M., che era quello di noi che aveva più testa sulle spalle, aveva abbozzato un sorriso, girando il viso su un lato. L’argomento si poteva considerare chiuso. In proposito né io, né il P.M., tantomeno Quadro avevamo nulla da eccepire sull’attribuzione delle squinzie, soprattutto dopo aver saputo che sarebbero state di dubbia fede. Questo perché tutti e tre eravamo convinti che dividere una trasferta tra il Toro e una ragazza avrebbe significato non gustarsi né l’uno né l’altra.

 

A Milano eravamo saltati su un treno locale ed era, finalmente, cominciato il divertimento. Eravamo in uno di quei vagoni aperti, senza scompartimenti, dal quale potevamo dominare tutta la carrozza, Appena il capotreno aveva fischiato la partenza ci eravamo precipitati ai finestrini, avevamo girato le sciarpe di fuori e attaccato a cantare “Alè Toro – alè Toro – alè- alè- alè!!”.

Di risposta, dal vagone accanto, era partito un “Toro-Toro-Toro” di un’altra mezza dozzina di ugole.
“Che fate di là da soli, venite con noi” ci avevano gridato quei fratelli. Un invito che non poteva restare inevaso. Così ci eravamo raggruppati nel vagone a fianco, raccogliendo un altro paio di coppie di ragazzi dei nostri. Mal contati potevamo essere una quindicina, ma ci pareva di essere una curvaintera. In quel momento ci sentivamo gli avamposti di tutta la nostra tifoseria. Avevamo il dovere di marcare il territorio da lì a Bergamo e di far presente a tutto il treno che “la gente vuole sapere chi noi siamo e noi glielo diciamo chi noi siamo”. Per tutti loro stava arrivando lo squadrone dei granata e tifosi che ci picchiavano non ce ne sarebbero mai stati. Inoltre, per non farci mancare nulla, ricordavamo a tutti che la legge poteva anche perdonare i gobbi, ma che la gioventù degli ultras li avrebbe bastonati. In un’ora scarsa di tempo tra Milano e Bergamo avevamo sciorinato tutto il repertorio di canti e slogan di un’intera Maratona, attirando i sorrisi di quel paio di famigliole e di pensionati che ci eravamo portati appresso dal treno precedente, insieme alla finta indifferenza di quanti viaggiavano su quel convoglio per altri imprecisati, di certo meno importanti, motivi.

 

Alla stazione Essedipì e le squinzie ci aspettavano sul binario e si erano aggiunti al gruppo, che aveva imboccato il sottopassaggio, facendo rimbombare il cunicolo al grido di “Toro-Toro-Toro!”. Appena fuori, uno di quelli incontrati in treno, in piena esaltazione, aveva sentenziato: “e ora, corteo fino allo stadio!”. Noi quattro, che nel frattempo eravamo diventai sette, lo avevamo guardato, sapendo bene che la cosa non aveva senso. Con pazienza ed educazione il P.M. gli aveva suggerito: “noi andiamo in città alta, è bellissima. Ci siete mai stati?”. Non era un modo per toglierseli dai piedi. Anzi, era un invito a rimanere insieme, perché andare a quell’ora allo stadio avrebbe significato bivaccare in una zona anonima della città per ore, in attesa di entrare. Era il nostro modo di vivere la trasferta. Eravamo tutti studenti di liceo classico, c’è sempre qualcosa di bello da vedere, di cui ti è stato detto e spiegato e che, magari, ti aiuta pure a salvare un’interrogazione. Avevamo dentro il gusto di vedere davvero una città, prima di concentrarci sul vero motivo che ci aveva spinti fin lì: la partita.
Ma quello non pareva sentire ragioni: “no, no – sottolineava – dobbiamo unirci agli altri prima possibile, non vedo l’ora” e pareva avere la tacita approvazione del resto di quell’improvvisato gruppetto. A quel punto era sbucato un ragazzino, poi due. Avranno avuto quattordici anni al massimo. Il più piccolo di statura aveva subito provato a sfilare la sciarpa dalla cintola del primo di noi che aveva incontrato. L’altro era andato deciso verso quello che gli sembrava il nostro capo e gli aveva detto: “dammi la sciarpa!” provando ad arrampicarglisi al collo per togliergliela.

 

Quello che voleva fare il corteo aveva strabuzzato gli occhi, lo aveva allontanato con uno spintone, poi lo aveva squadrato per bene e gli aveva ficcato un ceffone da farlo rivoltare.
“Sei coglione!?” gli aveva urlato. E poi: “con chi credi di avere a che fare, eh?”.
Il primo a capire che cosa stava succedendo era stato Essedipì, che aveva già preso per mano le due ragazze e gridava: “via, via!!”, tentando di allontanarsi dalla scena, seguito a ruota da Fefè. Era stato un attimo. Mi ero guardato attorno ed erano già in dieci. Buttando l’occhio verso il marciapiede ne avevo visti arrivare altri. E altri ancora, sempre più grossi, sbucavano da una siepe dietro la stazione. Non era necessario contarli per capire che erano almeno tre volte più di noi. Il P.M. mi aveva afferrato per un braccio, gridando a sua volta: “andiamo via! Subito!”.
Quello del corteo e due dei suoi non avevano mica realizzato che cosa li stava attendendo. Avevano provato a spintonare a destra e a manca, ma erano ormai avvolti da quel turbine di gente. Quadro provava a dargli una mano e il P.M. si sgolava anche con lui: “Quadro, via! Di qua!”. C’era un solo lato libero, quello dal quale erano arrivati i ragazzini, ma il cerchio si stava chiudendo. Essedipì aveva portato le squinzie in salvo dentro il bar al lato della piazza e si sbracciava e si agitava per chiamarci. Il P.M. mi aveva scortato dentro e, subito dietro, si era infilato Quadro. Aveva uno zigomo arrossato e, nella colluttazione, non trovava più la sciarpa. Ma stava bene. Il barista stava per tirare giù la serranda, ma il P.M. aveva tentato di fermarlo: “no, che fai, ce ne sono ancora altri!”. E lui, di rimando: “sì, bello te, se vuoi uscire a prenderli per mano fai pure”. Poi con grande energia aveva abbassato la serranda e, per un attimo, ci eravamo trovati tutti al buio.

 

Ma era stato un momento, o solo un’impressione, perché la luce era assicurata dai brutti neon plastificati del locale. Mi ero guardato intorno, noi sette c’eravamo. Anche qualcuno di quegli altri era riuscito a salvarsi, ma non tutti.

“Chiami la polizia!” ero intervenuto, finalmente, io.

“Già fatto da un pezzo, ragazzo” mi aveva rintuzzato quello, con aria paternalistica. Solo in quel momento avevo sentito una sirena in lontananza. Poi avevo decifrato lo sguardo dei clienti abituali del bar. Avevamo interrotto la loro briscola della domenica mattina e, nel trambusto, le carte erano volate via dal tavolo. Erano incazzati neri, ma in tutto questo casino, quello era il meno. Il barista, squadrando Quadro, lo aveva interrogato: “tutti qui siete? È da stamattina presto che vi aspettano e arrivate in quattro gatti?”.

 

Sarebbe stato troppo semplice spiegargli che eravamo cani sciolti e che tutti gli altri sarebbero arrivati direttamente allo stadio in pullman, ma, ora come ora, mi sembrava superfluo. Lui, con occhio allenato,aveva sbirciato da una finestrella laterale scostando appena la tendina, mentre gli habitué delle carte continuavano a rumoreggiare. Poi si era deciso ad aprirci una porticina che buttava su un cortiletto nel retro, che ci aveva restituito la libertà. Quell’improvvisato gruppo di cani sciolti aveva d’improvviso perso la lingua, noi compresi. Ci eravamo diretti come automi verso la città alta, a piedi, manco fosse stata lì dietro. Se fossimo riusciti a riprendere il copione della giornata, così come lo avevamo scritto, probabilmente saremmo tornati a godercela. Ma eravamo soltanto all’inizio.

 

[Continua…]

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