Bergamo, impara / Parte 2

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Salendo verso la parte storica di Bergamo, lungo una via stretta in salita, tra le case, avevo sentito un sibilo acuto. Poi un altro. Mi ero fermato. Ci eravamo fermati. Ci eravamo guardati intorno e non c’era nessuno. Poi avevo sentito un’altra specie di fischio e, finalmente, l’avevo vista. C’era una biglia di ferro, anzi ce ne erano parecchie. Erano a terra e rotolavano per la discesa. Ne era arrivata un’altra. Qualcuno le tirava dai balconi, ma non riuscivamo ad individuare chi e da dove. Ci eravamo buttati istintivamente a destra, appiccicati alla parete, con le mani a protezione della testa e avevamo cominciato a correre, facendo la barba al muro. Bella Bergamo alta!

Giuro che non ricordo come fosse proseguita la visita. Certamente avevamo bighellonato per un po’, con la paura di altri agguati dietro l’angolo, che, per fortuna, non si erano verificati. Avevamo mangiato di certo i nostri panini e avevamo raggiunto lo stadio, sempre a piedi, un’ora prima dell’inizio della partita. Là dentro ci eravamo finalmente sentiti a casa, al sicuro. Quel giorno eravamo davvero tanti, le cronache avrebbero parlato di circa duemila tifosi al seguito del Toro. I nostri avevano riempito gran parte della curva, non soltanto la zona centrale. Era bello sentirsi tra amici e riprendere a cantare, con una potenza cento volte superiore, quegli slogan che ci avevano fatto gonfiare il petto al mattino presto. Si percepiva in modo netto quella rivalità tra le tifoserie che non avevamo neppure immaginato quando avevamo programmato la nostra trasferta in solitaria, ma che avevamo vissuto sulla nostra pelle fin dall’arrivo in città. In quegli anni non esisteva un settore ospiti. C’era la curva di casa e quella dove si accomodavano i tifosi in trasferta, ma non in esclusiva. Quindi, a fianco avevamo famiglie e tifosi atalantini più pacifici. Questi avevano cominciato subito a lamentarsi per il casino ed erano già partite le consuete energiche spedizioni dei nostri per convincerli ad allontanarsi e a lasciarci più spazio di quello che, realisticamente, sarebbe stato necessario. Poi c’erano stati gli sfottò, i bengala, i mortaretti e quant’altro. Finchè qualcuno dei nostri aveva sparato un petardo con la lanciarazzi, poi un altro. Il tono dei lamenti si era amplificato e le distanze in curva erano aumentate a dismisura. Quelli con la lanciarazzi, sempre più gasati, avevano cominciato a sparacchiare verso la pista di atletica e verso i lati della curva. Poi era partito un “Bergamo – impara – l’ultras granata spara” che faceva gelare. Ora li avremmo avuti tutti contro, quelli di fronte e quelli dentro la nostra curva. Noi ci eravamo piazzati al centro del tifo più caldo. Non so che cosa potesse passare per la testa delle due squinzie, ma noi cinque non avevamo perso un solo coro di sostegno ai ragazzi, che sul campo stavano sullo 0-0. La partita era andata avanti con grande intensità da parte nostra. Non ricordo l’aspetto tecnico del gioco, ma ricordo bene che tutti noi non avevamo risparmiato energie sugli spalti per sostenere la squadra. Ero lì che cantavo, con gli occhi incollati sul pallone. Poteva mancare un quarto d’ora alla fine, non di più. Era stato un attimo. Di colpo si era creato un vuoto tra la nostra fila e quelle immediatamente sotto.

Dall’anello inferiore c’erano bergamaschi che provavano a salire al nostro piano, mentre i nostri difendevano le posizioni e contrattaccavano scendendo al piano di sotto. Avevo buttato l’occhio verso la curva di fronte alla nostra. Si era svuotata. Gli atalantini avevano avuto il fegato di invadere la nostra curva a partita in corso e a loro si erano aggregati anche parte di quelli, incazzati, che erano nella nostra gradinata. I nostri parevano aspettarsi quella giocata. Dappertutto c’era gente che si menava, tranne quelli che avevano scelto di scappare verso l’alto. Noi eravamo lì, in una specie di terra di mezzo tra quelli che erano emigrati in su e cercavano di uscire circumnavigando l’impianto e quelli che se le davano di santa ragione. Non avevo ancora deciso come comportarmi nella circostanza, ma Essedipì e Fefè avevano ancora una volta fatto la scelta giusta. Mi ero girato e non c’erano già più, era evidente che avevano portato in salvo le ragazze. Il P.M. aveva deciso: “direi che per oggi abbiamo rischiato già abbastanza!”. Significava che, per lui, avremmo dovuto filare anche stavolta. Quadro era partito verso il basso, scendendo dietro un gruppetto che pareva deciso a menare le mani, ed era uscito dallo stadio passando in mezzo a scontri di ogni genere, riuscendo ad evitare di essere toccato. Lo avremmo ritrovato in stazione. Io e il P.M. ce la eravamo filata di lato, uscendo sulla sinistra del piazzale, buttandoci nel viale di fronte ai distinti centrali. Lì avevamo trovato la salvezza in un autobus che avrebbe fatto capolinea in stazione, dove saremmo arrivati mentre gli scontri proseguivano sul piazzale antistante lo stadio. Il nostro treno era sul binario, ma ci pareva avventato salire con tanto anticipo, così avevamo deciso di aspettare davanti al piazzale della stazione. Ma gli autobus cittadini vomitavano di continuo là davanti una quantità di gente inferocita, che si ingrossava sempre più, anche perchè altri ancora andavano e venivano, scorazzando con i motorini. Non era sicuro neppure stare lì.

Allora avevamo dato un’occhiata al tabellone delle partenze e ci avevamo trovato Quadro. Risultava che il treno sul binario di fianco a quello per Milano sarebbe partito soli cinque minuti dopo il nostro. Anche quello era lì, in attesa, così ci eravamo saliti sopra, decisi a cambiare convoglio soltanto all’ultimo momento. Avevamo tentato di entrare nei cessi, ma le porte erano sbarrate. Così, dai finestrini di fronte, avevamo assistito impietriti alle scorribande dei bergamaschi, che avevano cominciato a salire e a scendere dalle carrozze del treno per dare la caccia, senza fortuna, al granata di turno. All’ultimo si era visto qualche agente di polizia ferroviaria, che aveva provato a contenerli. A quel punto avevamo scorto Fefè che saltava, svelto, sul treno. Avevamo approfittato di quell’attimo per salire anche noi sul locale che ci avrebbe riportato a Milano, mentre i bergamaschi che si accalcavano in stazione si stavano convincendo che il grosso di noi doveva ancora arrivare, quindi per loro sarebbe stato più conveniente attendere sul piazzale esterno. Una volta sul treno ci eravamo riuniti ed eravamo stati zitti zitti per un pezzo. Soltanto nei paraggi di Milano avevamo cominciato a raccontarci vicendevolmente quello che avevamo visto e quello che avevamo scampato. Fefè raccontava esaltato di uno dei pezzi grossi degli ultras: “non avete idea di quante ne abbia prese, ma neppure di quante ne ha date!”. E continuava, ammirato: “era tutto pieno di sangue e ne aveva anche cinque addosso, ma menava botte da tutte le parti!”. Noi non avevamo neanche un graffio, pure lo zigomo di Quadro aveva un aspetto normale. Mi vergognavo persino un po’.

“Essedipì vi saluta e anche le ragazze” aveva cambiato discorso Fefè.

“Come avete fatto a farle uscire da quella bolgia?” aveva chiesto il P.M.

“Uscire non è stato difficile – aveva filosofeggiato – è bastato abbracciarne una a testa e sbaciucchiarle

un po’. Nessun sospetto e quelle non chiedevano altro”.

“Ti è andata bene insomma” gli aveva buttato lì Quadro.

Fefè non aspettava altro. Ora poteva condire bene la sua storiella: “ho avuto culo. Il loro treno partiva dopo il nostro e non sapevamo dove andare. Poi abbiamo visto un treno fermo su un binario defilato e ci siamo saliti. Era completamente vuoto, praticamente a nostra disposizione, poi, sai, in tutta la giornata non avevamo avuto neppure un momento di intimità…”.

“E quindi?”.

“E quindi me la sono fatta, no? Normale, non chiedeva altro”.

Fefè era così e per fortuna, con quel discorso maschilista e semplicistico, aveva allentato la tensione di quella giornata, che era proseguita parlando di ragazze, di scuola e di vacanze fino all’arrivo a Torino. A Porta Nuova ci eravamo avviati verso la fermata degli autobus urbani, stanchi, pensando al lunedì che incombeva. Due ore di italiano, una di mate, una di filo e una di greco.

“Chi becca domani il Pippi?” aveva domandato Fefè.

“Dovrebbe toccare a Spatola e Terlizzi – avevo risposto – ma se non sanno un cazzo mi sa che ricomincia da me”.

“Oh raga, domani si va almeno mezzora prima a scuola. Voglio raccontare a tutti come è andata” aveva rilanciato Fefè, rassicurato che non sarebbe toccato a lui passare di matematica. Nessuno di noi aveva idea di quello che sarebbe successo nelle ore successive, dalle immagini degli incidenti sulle trasmissioni Rai della serata, alle polemiche sulla violenza negli stadi, alle foto su tutti i quotidiani nazionali, che avrebbero ripreso in primo piano quello che ancora oggi è un mito nel mondo ultras, intento a cacciare i nemici con una gigantesca asta. E men che meno sapevamo che nella foto principale, appena qualche fila dietro, c’eravamo tutti noi, presenti e protagonisti quel giorno a Bergamo. Era allora, ancora ignaro e inconsapevole di tutto, che avevo guardato intensamente gli altri negli occhi e me ne ero uscito, fiero, con quel: “l’anno prossimo torniamo?!”.

 

 

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