Umiliato, irriconoscibile: non chiamatelo Toro

0
139

Se questo è il Toro allora qualcuno dovrà rivedere la definizione che di Toro si è data per decenni. Perché se cuore, orgoglio, grinta e carattere sono parte integrante di quella essenza allora la squadra che ieri è stata stritolata e umiliata allo Juventus Stadium non può e non deve essere definita Toro.
Un piccolo Torino, piuttosto, incapace non solo di reagire dopo l’espulsione e l’immediato gol del 2-0 subito, ma anche di scendere in campo. Giusto parlare di ogni aspetto, compreso il mancato doppio giallo a Zaza, il giocatore che ha sbloccato l’incontro nel primo tempo per poi chiuderlo (per usare le parole di Giampiero Ventura) con la rete del 2-0, sbagliato farlo diventare alibi al fine di giustificare una prestazione indecorosa.

 

Se per cinquanta minuti avessimo visto un Torino grintoso, propositivo, in partita, e se quel Torino non avesse deciso, ad un certo punto, di gettare la spugna allora il 4-0 – comunque duro da digerire – avrebbe avuto tutto un altro significato. Ma anche in undici contro undici, ben prima di quel fallo ingenuo di Molinaro e del secondo gol, la squadra di Ventura è rimasta impassibile e in balia degli avversari. E poi? Poi ha deciso che andava bene così.
Al 50′ il Torino ha deciso che la partita era ormai compromessa (“I cambi di Baselli e Belotti? Ho dovuto pensare a domenica”, ha detto Ventura a fine partita), che nulla si sarebbe potuto fare per cambiare le sorti dell’incontro.

Uno schiaffo simbolico a centonove anni di storia, ai racconti granata che si tramandano di generazione in generazione, al tremendismo che fu, a quell’idea di Toro che accompagna ciascun tifoso, da sempre. Come spiegare ad un bambino di fede granata che restare in dieci, sul 2-0, a quaranta minuti dalla fine, possa essere un limite per il suo Toro? Come riuscire a trovare le parole se cullandolo, almeno una volta, gli è stata raccontata l’epica impresa firmata Dossena, Bonesso e Torrisi in una celebre stracittadina o di quella volta al Delle Alpi quando il Toro di Camolese, sotto di 3-0 al 57′ al cospetto di una Juventus stellare (per tacere del livello più basso di quel Toro rispetto a quello odierno) pareggiò 3-3? Come continuare a riempirsi la bocca con la parola favola, parlando di Alessandria o Spezia, senza provare imbarazzo per l’enorme differenza di spirito tra quelle due squadre coraggiose e quella più lontana possibile dall’essere Toro vista ieri?

Se esistesse il manuale del perfetto derby andrebbe da subito strappato in mille pezzi: inutile, se ieri c’è chi ha dimostrato come non si gioca un derby. E non è la Juve. 

Condividi