Toro, hai paura di vincere? L’Europa è un miraggio

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Era la prima e la più delicata delle tre gare settimanali, perché vincere contro il Verona – missione certamente non proibitiva – avrebbe consentito al Toro di andare ad affrontare le prossime due partite con la giusta tranquillità oltre a permettere ai granata di rilanciarsi in classifica. E invece quella contro gli scaligeri si è trasformata nell’ennesima occasione sprecata: ancora una volta, come accaduto nel recente passato (e la trasferta di Carpi, da questo punto di vista, è l’esempio lampante) la squadra di Ventura ha mancato l’appuntamento da non fallire.

Stress, tensione, ansia da prestazione: il risultato non cambia ed è uno scialbo quanto inutile 0-0. Frutto di errori, leggerezze, poco mordente, imprecisioni e quel pizzico di sfortuna che ha reso il finale ancora più amaro. Del resto la fortuna aiuta gli audaci e questo Toro è tutto fuorché audace. È, al contrario, molle e inconcludente e la presunta tremarella alle gambe non può trovare giustificazioni in un ambiente che non chiede affatto imprese impossibili. Non lo era battere un Verona che in questo campionato ha messo in cascina solo dieci punti (ora undici), ultima della classe con mezzo piede in B. Piuttosto viene da chiedersi se, al di là dei punti in classifica e del distacco dalla sesta, questo gruppo abbia il carattere necessario per poter combattere fino al termine del campionato per un traguardo, qualunque esso sia. Perché per inseguire un obiettivo serve forza di volontà, serve grinta, serve consapevolezza: vale per un piazzamento ma vale anche per la singola partita. Se l’obiettivo era davvero vincere col Verona nessuno se n’è accorto e se davvero qualcuno ha sofferto la pressione e bruciato energie nervose ancora prima di scendere in campo, allora c’è da correre ai ripari.

Che qualcosa non funzioni è piuttosto evidente: a partire da una panchina che sembra non offrire valide alternative. Prendiamo il caso degli attaccanti, ad esempio: se l’effetto Ciro si arresta il Toro torna indietro di un mese. Una cosa già successa a Firenze e che ieri si è ripetuta. Prima dell’arrivo di Immobile alla crisi da gol di Quagliarella e all’astinenza di Belotti Ventura rispondeva con un giocatore come Maxi Lopez, che avrà avuto anche qualche chilo in più ma era capace di dare la giusta scossa ai compagni, di suonare la carica, di provarci, almeno. Non va meglio nemmeno a centrocampo: si è costretti ad usare Baselli col contagocce perché non c’è una valida alternativa all’ex Atalanta. Alternativa che doveva essere in cima alla lista del direttore sportivo in questa sessione di mercato, anziché in fondo, tentativo sgangherato da ultimo giorno di mercato (tralasciando la scelta di acquistare Obi, giocatore più in infermeria che in campo anche prima di approdare in granata). 
La qualità della rosa messa a disposizione da Cairo rischia di essere oscurata da giocatori che non ne hanno più, come Molinaro, o dalle qualità al momento in discussione, come Acquah. E se si aggiunge il periodo no di quei giocatori che dovrebbero brillare, Peres e Baselli su tutti, ecco che il quadro è tremendamente completo. 

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