Ventura, meglio lasciarsi: questo Toro è un’anima morta

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Meglio lasciarsi con il rimpianto che non sopportarsi più. Per una volta non sono d’accordo con Piero Chiambretti: forse la stagione di Ventura al Toro è arrivata al capolinea. Lo si vede dagli occhi tristi dei giocatori, dalla mancanza di entusiasmo, dall’incapacità di sognare. Non c’è più la voglia, non c’è più feeling. Anche l’arrivo di Ciro Immobile, per dire, ha dato quella scossa che avevamo sperato, ma è durata solo un attimo. Un istante. Poi tutto è stato assorbito nel nulla cosmico, nella tetraggine della conoscenza, nel cimitero della libidine. In quello che oggi, piaccia o no, è il Toro di Ventura. Un’anima morta.

 

Non è questione di tattica, di scelte, di decisioni, per una volta non è nemmeno questione di parole (a volte sbagliate, quelle del mister, l’abbiamo criticato in passato). E’ una questione chimica, di tempi, di modi, di sentimenti. Quel Toro non c’è più, si è dissolto, per progettarne uno nuovo ci vogliono energie fresche e sogni nuovi, una scarica di adrenalina che non si esaurisca al rigore con il Frosinone ma attraversi tutta la squadra, e trasformi questi giocatori, dia loro linfa nuova, li faccia tornare quelli che abbiamo ammirato e applaudito, eroici protagonisti del San Mames.

 

Sappiamo quanto dobbiamo a Ventura. Tanto, tantissimo. Gli saremo grati in eterno, come siamo grati a Radice e Mondonico. Ha preso una squadra scossa e incerta, in serie B e ci ha portato a essere di nuovo orgogliosi della maglia granata. Personalmente conservo il ricordo di una bellissima conversazione estiva a Brunico. Era arrabbiato per qualche mio articolo e mi pregava: non attaccare mai i giocatori, piuttosto prenditela con me. Ecco, no: non posso prendermela con lei mister: è stato un grande, ci ha regalato soddisfazioni che non ricordavamo più, mi ha fatto piangere di gioia con mio figlio per il primo derby che lui ha visto vincere. Non posso avercela con lei e so i rischi che si corrono a rinunciare a lei, per un futuro ignoto. Ma quando si sente che una storia finisce, finisce. L’accanimento terapeutico fa male sempre, nelle passioni sportive come in quelle della vita.

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