Una storia finita

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Gianni è un ragioniere, ma è soprattutto l’uomo delle missioni impossibili. Quando non sai bene come cavartela, se non hai soluzioni di prima mano alla tua portata, beh, allora Gianni è quello che fa al caso tuo. Devi assemblare e montare in fretta e furia un armadio quattro stagioni nuovo di zecca? Chiama Gianni, che ti risolve il problema. Devi salvare una vendemmia di Nebbiolo da una grandinata in arrivo, quando tutti stanno scappando per mettersi al riparo? Ci pensa Gianni a staccare i grappoli e a portarli in salvo. Devi sostituire un’autista della azienda dei trasporti pubblici che non si ricorda più il tragitto? C’è Gianni, che può guidarti al sicuro. Arriva un momento che pensi che Gianni possa risolvere tutti i tuoi problemi, quindi decidi di assumerlo all’inizio della stagione, invece di chiamarlo all’occorrenza. E lui c’è, a fare qualsiasi cosa, anche se deve dirigere una manovalanza fatta di giapponesi che non conoscono la lingua, o dialogare con i sordi. Il fatto è che poi ti abitui troppo bene e pretendi da lui un lavoro al livello dei top di gamma. E allora sbagli, perché Gianni, forse, non è l’uomo giusto. Così lo lasci andare e ti dimentichi di lui. Ma Gianni non si scompone. In una specie di migrazione al contrario si delocalizza in Albania, dove cercano un collezionista part-time che sappia scegliere i pezzi migliori, per presentarli a una mostra di livello europeo. Lui c’è, lo fa meglio di chiunque altro.

 

Walter vive di pugilato. Da giovane era bravo e promettente, tra i migliori della sua età, tanto da valere un soprannome che era una certezza. Lo chiamavano come il re dei pesi medi, quello che aveva demolito Benvenuti e regnato da campione per anni. Oggi lavora con i pugili in palestra, ma difficilmente gliene capita uno davvero bravo tra le mani. Lui si arrabatta come può. I suoi atleti raramente vincono, ma altrettanto di rado vengono sconfitti. Gli ha insegnato a difendersi, a tenere alta la guardia e puntare sui lati scoperti degli avversari, prima di provare a piazzare un colpo d’incontro. Peccato manchi sempre un gancio destro di peso, o un montante sinistro di qualità, per poter dire che la sua palestra è tra le migliori. Qualche anno fa ha perso il posto in seguito a due-tre k.o. di troppo. È rimasto disoccupato per un po’, poi il titolare, non avendo da spendere per un top del settore, lo ha richiamato. Ma il feeling non c’era più e prima della fine della stagione il rapporto si è rotto definitivamente. Orai avrebbe l’età per andare in pensione, ma la voglia di stare attorno al quadrato è ancora tanta e si barcamena tra un ring di periferia e l’altro, tra frustrazioni e poche soddisfazioni vere. Consapevole che il momento d’oro, se mai c’è stato, è passato per sempre.

 

Stefano è un romanaccio di 53 anni, che di mestiere fa il dirigente d’azienda. Come tanti, anche lui passa da una ditta all’altra, nel tentativo di ottimizzare il lavoro dei suoi impiegati ed ottenere il meglio per il padrone di turno. Una primavera di sette anni fa firma un contratto annuale con una blasonata società, che confida in lui per ricostruirsi un futuro e per tornare a contare sui mercati finanziari. Non passano sei mesi che un manipolo di calabresi lo chiude in un’anticamera e si ritrova con un’automatica a cinque colpi puntata alla nuca. In azienda succede il finimondo: uno dei suoi pupilli, un uomo dai due nomi, si mette in malattia e organizza una festa, invitando gran parte dei colleghi, proprio mentre tutto sta andando a rotoli. Gli investitori e i clienti sono scontenti, rumoreggiano. Allora il padrone si pente, disinnesca la Beretta, caccia buona parte dei salariati e cerca tra gli scarti delle aziende concorrenti i sostituti. Tanti di loro non hanno mai lavorato in quel settore. Poi richiama Stefano e gli chiede di raggiungere gli obiettivi di partenza. Per tutto l’inverno e la successiva primavera il romanaccio e i nuovi arrivati stupiscono il mondo in quanto a produttività e risultati, ma il budget finale viene fallito per un soffio. La legge del mercato dice che Stefano ha fallito. Quella società sceglierà un altro responsabile.

Franco non voleva sentire ragioni, voleva la motocicletta. Non una moto qualunque, ma “quella” moto. Da ragazzo era stato apprendista in quella fabbrica, una fucina che aveva battezzato fior di bolidi, e ora aveva finalmente l’occasione di guidarne uno. Probabilmente non si era accorto che la marca aveva perso qualche colpo dai tempi d’oro, o magari lo sapeva, ma non gli importava. Quella moto era sua e l’avrebbe guidata. Peccato per le gomme un po’ sgonfie, i cerchioni di seconda mano, i freni difettosi e il motore che si imballava di continuo. Ma era la sua moto, quella che desiderava fin da piccolo. Il giorno dell’incidente, quando la quattro cilindri lo sbalzò fuori di sella e lo lasciò a pezzi, tutti dissero che non sapeva condurla, che non era un gran pilota, che gran parte della colpa era sua. Tutto vero, ma la moto era quel che era.

 

E poi c’è Giampi. Quando Francesco Guccini scrisse “Il vecchio e il bambino” doveva aver pensato a lui. Quel nonno che conduce per mano il bimbo ha l’aria sicura di chi gli sa stare accanto, lo difende da ogni pericolo, gli insegna cose mai viste e lo assiste nel suo percorso di crescita. E questo Giampi, per anni, lo ha fatto molto bene, assecondando i voleri dei genitori e, spesso, sostituendosi a loro nell’educazione del pargoletto. Lo ha aiutato nei compiti e nelle interrogazioni, facendogli ripetere fino alla noia le esercitazioni a casa, contribuendo in modo sostanziale alle promozioni senza debiti anno per anno. Lo ha fatto viaggiare e gli ha insegnato lo spagnolo e, pure, un pochino di russo. Ma quel bambino non è cresciuto come ci si attendeva. All’inizio un bello scatto di statura, poi una crescita tutto sommato nella media, infine una scoliosi preoccupante. Ma Giampi pensa che sia colpa del clima e continua a coccolarlo, a raccontargli le stesse fiabe, magari con l’anima assente e con gli occhi bagnati, perché i vecchi, purtroppo, subiscono le ingiurie degli anni e, talvolta, non sanno distinguere il vero dai sogni. Se quel bambino avesse due genitori che si occupano davvero di lui sarebbero loro a suggerire al nonno che forse è meglio provare a lasciar crescere quel nipotino con le sue gambe, perché altrimenti si rischia che resti sempre e soltanto un bimbetto. Ma papà e mamma latitano e quel bambino non può fare altro che illudersi e pretendere: “mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”.

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