Toro, era ora: ma non chiamatela svolta

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Mille erano i motivi per non farcela, ma ce n’era uno in più per tentare quella che i numeri della vigilia avevano definito, quasi esageratamente, impresa. Non tanto per i cinquantaquattro anni senza vittorie al Barbera (anche perché in mezzo secolo le occasioni per violare la Favorita non sono state poi così tante) quanto per il periodo di difficoltà attraversato da una squadra capace di risvegliare anche i moribondi.

Era accaduto con il Chievo, non è accaduto con il Palermo, una buona candidata: non è accaduto soprattutto perché Immobile ha dato prova di quello che può fare un giocatore che ha voglia e che, cosa che non guasta, ha anche i mezzi. Il pessimo pronti-via aveva risvegliato qualche fantasma: non solo per merito di Gilardino ma per qualche demerito di troppo di un Toro che nei primi minuti sembrava avere la testa altrove. Non fosse stato per la sveglia suonata da Ciro Immobile chissà cosa sarebbe accaduto: ha quasi fatto tutto da solo l’attaccante, nascondendo gli errori dei compagni e mandando in tilt, minuto dopo minuto, la retroguardia dei siciliani.

 

Non basta una vittoria, seppur larga e convincente, per considerare il Toro ormai fuori ‘pericolo’. E per pericolo non si intende il rischio di essere risucchiati nella zona calda quanto quello di adagiarsi per la mancanza di un vero obiettivo. L’Europa è lontana come pure la zona retrocessione ma questa squadra è ancora in debito verso i suoi tifosi e verso se stessa. Troppi treni persi, troppi schiaffi presi per pensare che possa andare bene così. Meglio non parlare di svolta o di prova del nove in vista del Carpi: un girone fa la squadra emiliana diede uno schiaffo ai granata che diciannove gare dopo fa ancora male.  

 

 

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