Palla in buca

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Quella stagione avevo chiesto di poter tirare il fiato ogni tanto. Venivo da due campionati nei quali avevo viaggiato molto e trascurato troppo la famiglia, così avevo pattuito di commentare soltanto le partite in casa. In radio mi avevano chiesto la disponibilità almeno in caso di trasferte vicine, tipo Genova o Milano, poi si erano adattati a quella richiesta, pur di avermi ancora con loro. Avevano trovato in fretta un collega che mi facesse da appoggio nelle partite casalinghe, una seconda voce in grado di produrre qualche intervento tecnico sporadico, in modo d imparare velocemente i rudimenti del mestiere, per inviarlo prima possibile da solo sui campi esterni. Non che ci prendessimo molto noi due. Io non ero abituato a dividere il microfono, lui si sentiva stretta la parte del cronista in tirocinio. Così capitava che, se gli davo poco spazio nel primo tempo, quello non si ripresentava in postazione per la ripresa. 

 

A fine settembre avevamo perso in casa contro l’Inter, rigore di Kallon per una trattenuta vistosa di Galante. Ricordo che in diretta avevo commentato che Galante aveva fatto una fesseria con quel fallo, perché l’avversario non sarebbe arrivato sulla palla neppure con una scala, tanto era alta e irraggiungibile. Poi avevamo perso male a Piacenza e, dopo una sosta per la Nazionale, era arrivato il turno del derby. Già il lunedì il direttore della radio mi aveva comunicato di aver ricevuto una protesta più o meno formale dalla società granata riguardo alla mia ultima radiocronaca. Il discorso era più o meno questo: siete la nostra radio ufficiale, ci attendiamo che stiate sempre dalla nostra parte. Mi ero sforzato di ragionarci su, avevo trovato strano l’atteggiamento societario, perché mai mi era capitato, dal lontano 1984 in avanti, di aver ricevuto critiche di quel tipo. Avevo ripensato a Toro-Inter e mi era venuto in mente soltanto l’episodio del rigore. In 17 anni di radiocronache nessuno in società si era mai lagnato ed ora, per una critica oggettiva, mi pareva quantomeno bizzarro che mi si puntasse il dito. Pazienza, avevo pensato, non si può piacere a tutti. E mi preparavo al derby in arrivo, contro una squadra che aveva già Buffon e che giocava ancora con Thuram, Nedved, Trezeguet e Del Piero. Insomma, non proprio una partita facile, anche se il peggio doveva ancora arrivare. E il peggio era che quel derby non lo avrei mai commentato. 

 

Non potevo credere che il direttore mi togliesse proprio il derby, ma il suo ragionamento non faceva una grinza, a suo dire: la partita era in calendario in trasferta, quindi faceva parte di quelle da assegnare al giovane collega di appoggio. Avevo provato a spiegare che non si poteva considerare fuori casa una partita al Delle Alpi, stadio di entrambe le squadre, ma il direttore era stato fermo nella decisione. Mi aveva detto che, vista la situazione che si stava creando, era meglio così. E mi aveva pregato di comprendere. Così avevo scelto di passare la domenica in famiglia, avrei patito troppo ad andare allo stadio da tifoso. E, poi, non era quello che avevo chiesto? Stare un po’ di più con Paola ed Elisa mi avrebbe fatto soltanto del bene. 

 

Il 14 ottobre 2001 era una fantastica giornata di sole, calda e nitida nei colori dell’autunno. Avevamo deciso di andare a camminare in montagna, un’ascesa ad maiora nelle mie amate valli Monregalesi. Avevo scelto il Mondolè, che è come puntare a qualcosa di molto in alto, come vincere un derby che ti vede sfavorito in partenza. In cima era tutto una favola. Potevi inquadrare i laghi della Brignola, il massiccio del Marguareis, ma anche voltarti dalla parte opposta, avvistando il mare del golfo di Genova. Oppure puntare verso il Gran Paradiso, per scorgere appena prima la collina di Torino, con la Basilica di Superga. E lì, eri costretto a distogliere lo sguardo, per non pensare alla partita che si stava giocando da poco. 

 

Avevo calcolato di rientrare al Rifugio Balma per la fine del primo tempo e mi ero tuffato sull’autoradio per raccogliere le prime notizie: 3-0 sotto! Camolese aveva lasciato Ferrante in panchina per schierare Semioli titolare, insieme a quell’aletta svedese dal nome impronunciabile e dalla qualità pari alla statura chiamato Osmanovski. Non mi capacitavo né delle scelte, né del risultato. Eli era venuta, svelta, in mio soccorso: “dai papi, spegni. Vedrai che andrà meglio”. 

 

Mi ero detto “perché rovinare una così bella giornata?” e l’avevo assecondata. Continuavo a rimuginare, però resistevo. Passati i 45’ canonici avevo riacceso. Non era ancora finita, ma eravamo 3-3! Non ci volevo credere, aveva ragione mia figlia. La curiosità si era fatta ingordigia e volevo sapere tutto, capire chi aveva segnato e come poteva essere maturata una rimonta di quel genere. Così, mentre ascoltavo radio Rai in attesa di conoscere i nomi dei marcatori, era arrivata la notizia del fallo di Delli Carri su Tudor e del conseguente rigorino assegnato da Borriello a Salas, proprio all’ultimo minuto. 

 

“Te lo avevo detto di spegnere, spegni!” aveva gridato mia figlia. 

 

“Sì ma non basta spegnere, non posso neppure guidare. Sono troppo agitato” le avevo risposto. 

 

Così avevo arrestato la macchina e mi ero fermato in un campo. Picchiavo in terra con la punta delle scarpe, nervoso come un toro che vede rosso, in attesa di riaccendere l’autoradio. Eli mi aveva raggiunto e faceva lo stesso. Avevamo fatto un mucchietto di terra con quella che scalzavamo dal campo. Mi ero lordato le scarpe pulite, che avevano sostituito gli scarponcini da montagna e non erano più riconoscibili. Il tempo passava e noi eravamo là, in un campo della bassa val Maudagna, in attesa della fine della partita. Allora si era mossa Paola, per liberarci da quella situazione di trance. “Beh, andiamo o no? Sarà ben finita adesso”. Mi ero chiesto se davvero avrei dovuto riaccendere la radio, poi l’avevo fatto. Avevo trovato la pubblicità, ma subito dopo avevano dato il riepilogo dei risultati. Avevano detto proprio: finale a Torino, 3 a 3! 

 

Non stavamo più nella pelle. “L’avrà parato?” mi chiedevo. Avrei saputo presto che Salas aveva tirato un missile aria-aria nella stratosfera, un pallone risucchiato dal Mondolè, asceso al cielo in uno splendido pomeriggio di sole di metà ottobre. A cercarlo bene, sono certo che lo si possa trovare disperso ancora oggi, in una ristretta zona tra le grotte Allegro e i verdi declivi a stelle alpine, in vista della rocciosa cima del Cars. Avrei saputo presto che i gobbi avrebbero piagnucolato per una buca sul dischetto del rigore, una buca scavata da Riccardo Maspero prima del tiro. Una buca? Maspero aveva evidentemente formato un cratere. Un cratere costituito da migliaia di buchette scavate da altrettanti papà con i loro figli, in attesa di una giusta notizia.

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