Il Toro firma l’impresa: Primavera in finale contro ogni pronostico

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Avrebbe riso, se glielo avessero detto lo scorso luglio. Con una squadra rinnovata e giovane (a dispetto dei fuoriquota tanti erano gli esordienti assoluti in questa categoria), con un fardello non indifferente vista la finale scudetto raggiunta poco prima del nuovo raduno, Moreno Longo avrebbe riso se qualcuno gli avesse confidato che quel gruppo avrebbe centrato di nuovo la finale. Lo ammette lui stesso, nel dopogara, quando l’euforia per il traguardo raggiunto ha ormai lasciato spazio alla riflessione. Perché c’è una finale da giocare, contro una Lazio che rappresenta l’ultimo ostacolo tra i granata e il tricolore. Per il quarto anno consecutivo il Toro è in final-eight e per la quarta volta incrocerà i biancocelesti. Insomma, Toro-Lazio è ormai da considerare un classico delle finali scudetto. E la squadra di Simone Inzaghi, lo scorso anno eliminato da Longo in semifinale, sempre ai supplementari, era al gran completo in tribuna ad osservare i rivali di martedì.

 

Ducentoquaranta minuti giocati in due partite, sei gol fatti, e cinque subiti e l’impressione che anche quella di martedì sarà una partita dove lo spettacolo non mancherà. Non era tra le squadre indicate come possibili vincitrici, il Toro, nonostante un campionato chiuso al secondo posto dietro la Fiorentina e davanti Spezia e Juventus. Lo era, invece, proprio la Fiorentina, che ha mostrato di avere nella sua rosa giocatori che con ogni probabilità presto potranno tentare il grande salto tra i prof. Nessuna squadra, finora, aveva giocato in maniera così intensa come quella viola vista nella prima mezz’ora. Un palo, una traversa, una parata di Zaccagno, un gol: tutto questo solo nel primo quarto d’ora. Certamente l’espulsione di Papini ancora prima della fine del primo tempo ha dato una piccola mano al Toro: ma senza la caparbietà, senza le giocate di Rosso, le parate di Zaccagno, i gol di Morra, senza la tenacia e il desiderio di andarsi a riprendere un’altra finale, i granata non avrebbero nemmeno saputo approfittare della superiorità numerica. Perché spesso bisogna essere innanzitutto in grado, di approfittarne.

 

Due volte di fila in finale in due anni: roba da fare impallidire le cosiddette “grandi”. Talmente grandi da non essere riuscite in 23 anni di magra granata ad eguagliare il primato del Toro, con i suoi otto scudetti Primavera.
Dopo l’atroce beffa col Chievo di un anno fa, la sorte ha dato al Toro di Longo un’altra possibilità, stavolta contro la temibile Lazio: ma nulla è impossibile in uno sport che tutto è fuorché una scienza esatta. 

 

 

 

 

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