Più in alto di tutti

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Riceviamo e pubblichiamo il breve racconto di Paola Gianinetto in onore degli Invincibili
 
Oggi è una giornata superspeciale. Me lo ricordo prima di aprire gli occhi, così li tengo chiusi ancora un po’, per godermi di più quel momento. Mamma dice che spesso pensare a una figata che ti aspetta è più bello che viverla, mi ha persino recitato a memoria una poesia che dice che il sabato è meglio della domenica: io su quello sono d’accordo, ma forse è perché il sabato già non vado a scuola, mentre la domenica comincio a pensare che domani è lunedì e tutte le volte mi viene un po’ di tristezza.
Apro prima un occhio, poi l’altro e sorrido come una scema quando dalla cucina sento la voce di mio nonno che parla con mamma. Ha una vociona, mio nonno, alta e forte come lui, ma adesso sussurra, per non fare rumore. Lui non lo sa che sono già sveglia e questo mi piace un sacco. Salto giù dal letto, mi tolgo il pigiama e apro il terzo cassetto, quello dove tengo le mie maglie preferite. Sotto a tutte spunta quella gialla e verde di Neymar Junior e poi c’è quella rossa e blu del grande Messi. Le ho comprate a Barcellona qualche mese fa, quando i miei genitori mi hanno fatto il più bel regalo del mondo: non lo dimenticherò mai, il Camp Nou. È così grande e loro erano piccolissimi, laggiù nel campo, ma c’erano e io ero lì, con loro. Il Barcellona è la mia seconda squadra. Si può avere una seconda squadra, giusto? Non è come tradire la prima, assolutamente no. Perché io la prima non la tradirei mai, nemmeno se vivessi mille milioni di milioni di anni.
Sopra tutte le altre maglie c’è lei, ben piegata, che mi aspetta. La prendo con due dita e la guardo per un po’, prima di infilarmela in fretta, insieme ai calzoncini bianchi. Metto anche i calzettoni che uso in allenamento, ma lascio perdere le scarpe da calcetto perché dovremo camminare parecchio e non voglio consumare i tacchetti. Quando entro in cucina e nonno mi guarda mi sento talmente forte che potrei scalarla centomila volte, quella collina. Nonno sorride sotto i baffi, allora mi giro e alzo le braccia, per fargli vedere il numero sulla schiena e il nome del nostro capitano.
Quelli sono bianchi, ma tutto il resto è granata. Come il cuore.
Faccio colazione in fretta, bacio mamma alla velocità della luce e siamo fuori. È molto presto, più ancora di quando vado a scuola, e la città è un deserto. Però lontano, oltre la collina, il cielo è chiaro e luminoso e nonno ha detto che oggi sarà una bellissima giornata. Sono contenta che ci sia il sole, perché non avrei mai voluto andare dove stiamo andando con il tempo nuvoloso, o peggio, con la nebbia, la stessa nebbia maledetta di tanti anni fa. È stata tutta colpa sua e io la odio. Se ci fosse stato il sole, come oggi, il pilota avrebbe visto dove andava, il muso dell’aereo si sarebbe alzato per volare oltre la collina e Valentino e gli altri sarebbero ancora qui. Vecchi, certo, forse anche più di nonno, ma comunque vivi. Forse potrei persino andare a cercarli e chiedere un autografo, o una stretta di mano, o un bacio sulla guancia. Insomma, qualcosa di loro da tenere con me.
Ma adesso non voglio essere triste, perché è una bellissima giornata e io e nonno stiamo per vivere un’avventura. Il 61 per fortuna passa subito, in poco tempo siamo ai piedi della collina e cominciamo a camminare in salita.  Ogni tanto mi volto a guardare la stazione della Dentiera Sassi-Superga, di nascosto per non farmi beccare da nonno. Mi sarebbe piaciuto salire su una di quelle navicelle rosse e bianche che si arrampicano su per la collina, ma nonno mi ha spiegato che non si può, perché poi non sarebbe più un vero pellegrinaggio. Un po’ come quando freghi a un gioco per vincere più facilmente. Un pellegrinaggio, invece, è una cosa che fai quando vuoi rendere omaggio a qualcuno di importante, come ad esempio un santo, e più fai fatica meglio è, perché vuol dire che ci tieni davvero tanto. Allora la smetto di guardare le navicelle e comincio a camminare così veloce che nonno mi prende per mano per farmi rallentare, perché anche se è alto e forte è sempre un nonno, un vecchietto con i capelli bianchi, e non può mettersi a correre come vorrei fare io.
 

Dopo cinque minuti ho già caldo, anche perché il sole alla fine è arrivato e mi risplende negli occhi, bruciandomi la faccia, quindi mi tolgo la felpa che mamma mi ha costretta a mettere e la infilo nello zainetto. Così è molto meglio. Abbiamo lasciato la strada asfaltata e ora stiamo camminando in mezzo a un bosco, proprio un vero bosco, così vicino ai palazzi della città. I sentieri passano di fianco ai muri di case antichissime e nonno mi dice tutti i loro nomi, Villa di qua e Villa di là, ma io me li dimentico subito, perché sto elaborando un progetto nella mia mente. Potrei chiedere ai miei genitori di comprarne una, così verremmo a vivere qui e io avrei un grande giardino con almeno sei cani. Mamma e papà non vogliono andare ad abitare in campagna perché amano troppo la loro città, ma qui siamo sempre a Torino, no? Saremmo tutti contenti, io con i miei cani e loro con i loro negozi e i loro bar. A me sembra un buon piano.
Dopo un bel po’, non saprei dirvi bene quanto, il sentiero sbuca di nuovo sulla strada asfaltata e nonno mi dice che ci siamo quasi. Cammino con lo sguardo rivolto a terra, stringendo la mano di nonno, e alzo gli occhi solo quando lui mi dice “adesso puoi guardare”, perché voglio vederla all’ultimo momento, tutta insieme in un solo sguardo. Ed eccola lì, la basilica di Superga, gialla e bianca, con la cupola rotonda e tutte le colonne. L’ha fatta uno che si chiamava Filippo Juvarra e doveva essere veramente bravo, perché è una chiesa bellissima. Mi piace soprattutto che anche quassù tutto intorno non c’è niente, solo il cielo. Come quando la guardi dal parco del Valentino, che è vicinissimo a casa mia. A proposito, non ci avevo mai pensato prima, ma secondo me l’hanno chiamato così in onore di Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino. Hanno voluto fare anche loro una specie di pellegrinaggio, come me. Nonno dice di no, ma io non ci credo, dev’essere così per forza.
Quando arriviamo davanti alla lapide resto ferma e zitta e leggo in silenzio tutto quello che c’è scritto nella pietra. Tutti i nomi, senza saltarne nemmeno uno. E leggo anche la scritta rossa più in basso: “L’Associazione Calcio Torino, a perenne ricordo dei suoi campioni, gloria dello sport italiano, e di coloro che con essi qui perirono per tragica sciagura aerea il 4 maggio 1949”.
È passato tanto tempo. Mamma e papà non erano ancora nati e persino nonno era un bambino come me. Eppure è così strano pensare che non ci siano più, ma forse sembra strano solo a me, perché sono piccola. Adesso che ho finito di leggere non posso non guardare i fiori, moltissimi fiori, e soprattutto le maglie e le sciarpe granata. Ce ne sono tante sulla pietra, tutto attorno.
È quello che mi fa piangere. Cerco di trattenermi, ma quando guardo nonno ho gli occhi lucidi e lui mi sorride. Prendo il bordo della maglia e comincio a sfilarmela piano. Continuo a fissare nonno negli occhi e spero tanto che non mi dica di non farlo, perché non voglio fare i capricci, non lì davanti al Grande Torino. Lui, però, non dice niente. Mi guarda togliermi la maglia granata e appoggiarla sulla pietra, lisciandola bene con le mani. Ho rotto le scatole a mamma e papà per un sacco di tempo perché mi comprassero quella divisa e adesso non so se potrò mai averne un’altra, ma non importa. Loro ne hanno più bisogno di me.
Mi volto di scatto perché non riesco a continuare a guardare, mi allontano e nonno mi segue in silenzio. Adesso c’è un po’ di nebbia, per colpa delle lacrime, ma vedo comunque tutta Torino sotto di me, la Mole Antonelliana con la sua punta aguzza e le montagne che circondano la città, come se volessero abbracciarla. Non lo so se tutti loro sono davvero qui, sotto quella pietra, ma è bello pensare che siano più in alto di tutti e di tutto.
Come i santi. O come gli eroi.
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