Toro-Juve 3-2: l’apparizione

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Quando il derby si avvicina, la tensione è talmente insopportabile che spero sempre in un rinvio per i motivi più disparati, come lo spostamento di un appello per un esame universitario . Che poi tanto sai che dovrai darlo lo stesso, ma per ora hai posticipato l’ansia. Che poi tanto sai che la sera prima della nuova data sarai lì a struggerti, pensando che è impossibile che il tempo sia passato così in fretta e che non sei ancora pronto, ma non importa.  Tanto per un esame e per un derby non si è mai abbastanza pronti.

Nel novembre 1994 ci fu uno dei pochissimi rinvii della stracittadina e, solito paradosso, sarebbe stato meglio se non ci fosse stato, visto che è stata colpa di un’alluvione maledetta. Quel fine settimana sono fuori Torino con la parrocchia, un weekend per cui il don, la settimana prima, proclamò “Ho telefonato in Paradiso e ho prenotato due giorni di sole” A occhio e croce aveva sbagliato numero. Piove tanto, ma, senza internet e cellulare, non ci rendiamo conto di cosa stia succedendo non troppo lontano da noi. Piove tanto e il non capire bene la gravità della situazione mi porta sollievo, quando apprendo del rinvio del posticipo serale contro i bianconeri. Piove tanto e quando, arrivato a casa, capisco bene, il sollievo diventa magone per quello che l’acqua sta facendo al mio Piemonte, che ferito, ma non vinto, saprà rialzarsi.

La stracittadina slitta a fine gennaio 1995. Il Toro, rivoltato come un guanto dalla prima campagna acquisti di Calleri e abilmente guidato da Sonetti, non manca di attributi e sta scoprendo un fenomenale Abedì Pelè e un sontuoso Angloma, ma il ko in casa della derelitta Reggiana firmato Simutenkov (che, visti i suoi trascorsi contro di noi, potrebbe essere benissimo definito il Ciaramitaro di Russia) e lo 0-0 interno contro il Genoa hanno fatto tornare i granata pericolosamente vicini alla zona calda e acceso polemiche su una sterilità offensiva che rischia di diventare patologico.

La Juventus di Lippi, invece, è insopportabilmente campione d’inverno, ma viene da un’inaspettata scoppola a Cagliari (3-0). Alcuni tifosi granata, appartenenti alla nota corrente filosofica dei discorsi alla cavolo di cane, sono quasi dispiaciuti del tonfo della Signora, perché temono di trovarla “troppo arrabbiata”. La maggioranza, però, ha ancora quella sana goduria nel vedere i bianconeri cadere e vogliono infliggere loro il secondo sgambetto consecutivo.

In campo c’è Fusi, ma con la maglia sbagliata. Fa un certo effetto vederlo e lo stesso effetto sembra sentirlo anche lui, vista la prestazione. “Credeva di essere ancora vostro” l’impietoso commento di mio zio (gobbo) qualche giorno dopo. In campo c’è, nel ruolo che fu di Fusi, Luca Pellegrini, il quale interrompe un tentativo di contropiede juventino con un lancio mancino che ribalta totalmente l’azione: Torricelli è in anticipo, ma si incarta mentre tenta una spaccata che, adesso, sarebbe un meme nel giro di tre secondi, Rizzitelli si ritrova il pallone fra i piedi e fredda Peruzzi in diagonale. Davanti alla tv esulto quasi incredulo. Palla al centro, la gobba s’incazza, traversa immediata di Conte, l’azione prosegue, nuovo traversone, la difesa granata si fa presepe e Vialli pareggia. E’ stato bello, ma non è praticamente durato.

A presepe non scherza nemmeno la retroguardia bianconera e Rizzitelli si ritrova un pallone ancora più facile del precedente, ma lo sbaglia. E’ solo un incidente di percorso: Cristallini butta palla in area, Silenzi, in versione “generosissimo”, fa la torre e “Rizzi”, sempre di testa, inzucca nel sacco. Anche stavolta, però, dura pochissimo: Vialli scatta sul filo del fuorigioco, aggira Pastine e deposita in rete. Tutto da rifare.

Al 39’ Rizzitelli, scatenato, decide di illuminare a giorno la notte del “Delle Alpi” con un colpo di tacco da iperbole calcistica a smarcare Angloma. Il francese tira addosso a Peruzzi, ma non faccio in tempo a disperarmi che il rimpallo lo favorisce, spalancandogli la porta. Tempo dopo ho pensato a cos’avrei fatto davanti alla porta juventina vuota e sotto la Maratona: forse avrei provato a sospingere il pallone in rete con le natiche. Jocelyn è meno naif e fa il 3-2 con una cara, vecchia pedata. Vado fuori di testa zompando davanti al televisore e urlando cose assolutamente a caso in un francese inventato. Quando torno sulla terra, però, ho paura che, anche stavolta, non duri. Invece i minuti passano e dura. Amendolia fischia la fine del primo tempo e dura. Il Toro stringe i denti nella ripresa senza patire neanche troppo e continua a durare, ma sembra finire quando Vialli sviene in area a contatto con Falcone e l’arbitro indica il dischetto nell’incredulità generale.

Batte Ravanelli, mentre penso che una sua probabile esultanza a base di magliette in testa o balletti disarticolati sia una punizione che non merito. Il Dio del Calcio è stronzo, ma, ogni tanto, non può fare a meno di ascoltare le nostre preghiere e allora Pastine, più volte da zero a mito e viceversa nelle sue varie esperienze granata, si getta sulla sua sinistra e respinge. Falcone, a centro area, non riesce nemmeno a prendere posizione perché salta come salto io davanti allo schermo, come salta la Maratona intera. E’ una delle immagini più belle di quel derby.

Mancano ancora parecchi minuti, ma non ho più paura: capisco che potrebbero attaccare per ore e non segnerebbero mai. La stracittadina ha preso la nostra strada, nessuno se lo sarebbe razionalmente aspettato soltanto due ore prima, ma, dopo due minuti di recupero, dobbiamo gioiosamente accettare la realtà di una squadra che esulta sotto la curva, urlando al cielo che Torino è granata.

Il “day after” è semplicemente delizioso. Quando andavo alle medie, essendo l’unico granata della classe e uno dei due della scuola, vincere il derby significava ghignare in faccia ai gobbi. Soddisfacente, ma non è il bello che riempie il cuore. Il bello che riempie il cuore è al liceo, dove granata ce ne sono tanti e dei gobbi non ti importa nulla, perché hai troppa voglia di festeggiare coi “tuoi”, di rievocare la partita insieme, ti senti come in famiglia durante le feste, dentro sale qualcosa di tiepido. Quel giorno c’è quello e anche di più.

Il di più consiste in un’apparizione. Io sapevo che esistessero ragazze del Toro, che non erano semplici figure mitologiche, visto che una l’avevo conosciuta al mare, per esempio. Ma non pensavo di vederne così tante fuori da uno stadio. Invece, quel giorno, i corridoi del “Darwin” brulicano di altre metà del cielo in sciarpe e felpe granata. La più bella è una biondina di un paio d’anni più grande che appare in maglia originale dell’anno precedente e pantaloncini (verosimilmente stava per andare a educazione fisica dopo l’intervallo). Non solo Rizzi, Pastine e compagni mi han fatto vivere una serata da urlo, ma mi hanno fatto indirettamente assistere a questa splendida apparizione. Benchè puramente contemplativi, sono momenti che rimangono nel cuore di un sedicenne.

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