Sergio Vatta: “Il Filadelfia? Quel calcio era poesia”

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Esclusiva / Vatta: “Sono felice ma ora bisogna pensare al contenuto, al Settore giovanile. L’ho sempre detto, Valentino è seduto su quel portone e aspetta”

Sergio Vatta, si ricorda la prima volta che è entrato al Filadelfia?
Una grande emozione, devo dire che sono entrato in punta di piedi, letteralmente. Ricordo che non fu facile visto che il cortile era pieno di sassi: gli stessi su cui si giocavano le partitelle e dove i giocatori hanno preso anche morsi dal cane custode. Era un ambiente del tutto familiare. C’ero stato non in orario di attività, anni prima, insieme a mio figlio appena nato e mia moglie. Dopo appena uno sguardo le dissi: “Sai che io ci vengo?” Così quando me lo proposero accettai subito. Erano tempi nei quali era rimasto molto dell’amore per il Torino da parte di tutti. E all’inizio non fu facile, trovai qualche difficoltà ma non vedevo l’ora che qualcuno mi ostacolasse.

E fu così?
Si ma io mi comportati come ho sempre insegnato ai miei giocatori: non reagire, non bisogna fare errori. Quando siete sul campo se qualcuno vi da un calcio da dietro, voi fate un sorriso e se insistono ditegli che tanto non vi fa male e ogni volta che lo fanno voi vi impegnerete di più. C’è stato un anno in cui abbiamo fatto tutta la stagione senza nessuna squalifica. Dopo un paio d’anni cominciai ad avere risultati. Non tanto di trofei vinti ma soprattutto quelli di vedere che i ragazzi di due categorie sopra arrivavano da me, gli allenatori venivano a trovarli, a vederli. Io ero contento quando qualcuno dava dei consigli ai ragazzi. Ricordo Rivera, venne a vederci giocare con il Milan e guardavano i giocatori per l’Under 21 insieme a Maldini. Ricordo che disse, “Vedi Cesare questi sembrano dei ragazzini e invece sono di una maturità eccezionale”. Io ero a un metro da loro e devo dire che è stato un bellissimo momento.

Ci racconta qualche aneddoto, o il suo ricordo più importante legato al Fila?
Di ricordi ce ne sono tantissimi. Però vi racconto questo. Un giorno vado all’allenamento, io arrivavo sempre per primo allo stadio, almeno mezz’ora prima degli altri, per vedere cosa c’era, controllare mettere tutto a posto. Ricordo che c’era questo giocatore, di cui non farò il nome, che era abituato ad arrivare vestito in maniera strana, con le scarpe a punta e i compagni di squadra lo prendevano in giro. Andiamo a fare l’allenamento e alla fine il ragazzo viene da me a lamentarsi perché gli avevano segato le scarpe nuove a metà. Io gli dissi che gli avrei fatto avere il rimborso, che un po’ per uno gli avrebbero ripagato le scarpe. E invece lui mi disse che non era venuto per quello: era venuto per chiedere scusa. Un segno che il gruppo era davvero unito. Erano queste le cose che mi davano la forza per andare avanti, che mi rendevano sicuro che mi avrebbero seguito. Vi potrei raccontare altre mille cose che vi farebbero capire il mio rapporto con i ragazzi ma anche con la società.

Ad esempio?
Un giorno eravamo in ritiro e mi dissero che avevano dato via Venturin al Pavia. Una cosa assurda, per me era fortissimo ed ero convinto che sarebbe arrivato in Serie A. Allora chiamai Moggi e chiesi perché. Gli dissi che il prossimo anno avrebbe giocato nella massima serie se avesse continuato così. Fortunatamente all’epoca mi ascoltavano e allora mi disse che ci avrebbe pensato lui. Ha strappato tutto, tutti i documenti, annullato tutta la trattativa che era già conclusa. Mi telefonarono dicendomi che se avessi lasciato andare Venturin mi avrebbero dato una Mercedes. Potete immaginare come risposi (ride ndr.).

Cosa voleva dire per i ragazzi, soprattutto i più giovani, allenarsi e giocare al Fila?
Senza dubbio era una bella emozione. Ogni tanto mi fermavo e gli raccontavo: guardate che qui si allenava il Grande Torino, ha un passato nobile questo campo. Qui si allenava anche la Nazionale quando aveva 10 giocatori del Toro. Si allenavano in questo campetto, quindi dovevano esserne orgogliosi. Quando c’era la bella stagione, mi ricordo che prima dell’allenamento andavo dall’altra parte della tribuna e mi sdraiavo sull’erba aspettando che arrivassero tutti. Sa, io non ho mai iniziato l’allenamento prima che la squadra fosse al completo, se c’era la scuola o avevano da studiare per un compito in classe spostavo l’allenamento o gli dicevo di restare a casa. Allora mentre aspettavamo tutti si chiacchierava, raccontavo loro le storie di quel Torino. Il calcio del Fila era così, era un calcio poesia.

Si ricorda il giorno della demolizione?
Purtroppo sì. Quel giorno ho pianto. Come si fa a non piangere? Ho passato 15 anni su quel campo. Ho visto crescere ragazzi, li ho cresciuti su quel campo.

Oggi però il Fila compie 90 anni ed è vicino alla rinascita. Le piace il progetto del nuovo Filadelfia?
Si mi piace e sono davvero felice di vederlo finalmente rinascere. Ma adesso quello che conta è il contenuto. Bisognerà vedere come tratteranno il Settore giovanile. Io nel libro che ho scritto, alla fine, immaginavo proprio il giorno dell’inaugurazione. Spero davvero di vedere di nuovo i pensionati raccolti vicino alla segreteria, come un tempo. Vedere che parlano con i ragazzi, che portano avanti l’amore per il Torino. Ad un evento lo dissi chiaramente: “State attenti perché Valentino è seduto su quel portone, osserva e aspetta. E se non sarà come se lo aspetta è meglio chiudere i battenti”.

Cosa direbbe oggi ai ragazzi che tra qualche mese calcheranno di nuovo quel campo?
Adesso non voglio dire niente. Ma ricordo cosa dissi ai ragazzi proprio su quel campo qualche tempo fa. In mezzo al campo in un’inaugurazione dove c’era un sacco di gente, dopo una partitella con i bambini, io gli chiesi: “Cosa siete?” E loro risposero: “Siamo dei giocatori”. “No”, dissi, “siete dei calciatori. Giocatori si diventa dopo”.

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26 Commenti

  1. Grande persona e conoscitore insuperato delle potenzialità di un giovane. Per anni ho avuto la faccia a scacchi come la rete contro cui mi schiacciavo per vedere i suoi giovani e far finta di farne parte. Controcorrente, mentre tutti incensavano Ogbonna come un futuro fenomeno, lui lo bocciava come un giocatore come tanti altri e abbiamo visto come è andata a finire. Notizia di colore: è curioso come abbia indicato come il più promettente e talentuoso ragazzo da lui allenato nientepopodimeno che ….. Alessandro Sgrigna! ( purtroppo, oltre che il più talentuoso, aggiunge lui, anche il più pigro ) Antipatico, come possono essere alcuni grandi uomini, paternalistico ma umano, come si addice a chi abbia a che fare con dei ragazzini che hanno scelto il pallone e non i libri per il proprio futuro. Su Ventura aveva capito poco, ma la sua onniscienza riguardava soprattutto i giovani e non gli anziani ( si scherza, frase che dico per rompere la monotonia degli encomi, peraltro tutti meritati ). Vatta, date anche le sue origini, un distillato di Toro.

  2. http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2014/04/23/news/sergio_vatta_l_allenatore_dei_sogni-84280931/ Per conoscere Sergio Vatta è utile vedere il DVD “L’ALLENATORE DEI SOGNI”di cui è il protagonista. Sergio Vatta è stato un maestro di calcio, particolarmente quello giovanile. Ed è stato un educatore. Certo non erano i tempi in cui un bulletto di 23 anni pensa di poter scrivere la sua biografia ………

  3. Sergio Vatta,grande uomo,allenatore eccelso,uomo sopra la media,ho avuto il piacere di conoscerlo una sera a cena a Vernante,dove trascorreva l’estate: parole e concetti ponderati,visione del calcio incredibile,duro il giusto,un padre per tutti i giovani calciatori… L’ho rivisto altre volte,sempre in montagna ed ogni incontro era un piacere,un convivio esaltante con altri granata del posto. Poi non sono più andato in villeggiatura in quel posto e ci siamo persi.. Dopo parecchi anni l’ho rivisto a Torino,dove parlava uno dei pochi politici veri e puliti in Italia…ho capito che era giusto sotto tutti gli aspetti. Ciao Sergio,ti stimo sempre,alla grande.

  4. zappo grandissimo,dedicato anche a quelli che definivano mezzi uomini,coloro i quali criticavano un borioso mediocre.Vatta punto fermo della ns storia,nel cui contesto inserisco il suo capo,l’avv.Sergio Cozzolino,il motore del congegno,di cui Vatta,ma anche Usseglio e tanti altri ,ingranaggi molto ben oliati.uomo semplice,serio,tantissima sostanza e rari fronzoli.da lui una frase tipo “ambiente ostile”,dubito potesse uscire

    • Madde71, perché Lui l’ambiente ha sempre contribuito a crearlo, dando il 110% e senza mai nulla chiedere perché aveva già tutto quello di cui aveva bisogno; l’unica volta che ha chiesto (a Moggi), era per il Toro, rinunciando a qualcosa (dal Pavia). Questo calcio mi manca più di ogni altra cosa.

  5. La grandezza di Vatta, oltre alle indiscusse capacità calcistiche e di educatore, è stata l’aver voluto dedicare gli anni migliori al Toro. Poteva monetizzare i risultati per un contratto più ricco altrove. Ma per lui il Toro era il top. Se non ricordo male Moggi lo voleva portare al Napoli. E chissà in quanti altri lo avranno cercato.
    Avremo mai uno come lui?

  6. Numero uno.
    Come persona e come patrimonio di granatismo.
    Spiace che quando criticó Ventura si beccó del “rincoglionito” da qualcuno…ma poi vai a vedere ed erano gli stessi che paragonavano Ventura a Radice, quindi nessun problema.

  7. Il mio “primo anno” da tifoso del Toro è stato quello infausto della retrocessione del 1989. Un bell’esordio, non c’è che dire.
    Quando Vatta arrivò sulla panchina del Toro, ricordo ebbi una grande gioia. Pur piccolino, leggevo dei suoi risultati sulla panchina del Toro Primavera. Leggevo che vinceva, vinceva, vinceva. Vedevo quella maglia con lo scudetto sul petto. In TV mandavano il torneo di Vireggio, all’epoca un vero mondiale di categoria per club. E il Toro vinceva, vinceva, vinceva. Allora ho pensato, nella mia ingenuità: se c’è lui in panchina il Toro vince sempre. Purtroppo è andata come tutti sappiamo 🙁
    Un po’ di anni dopo lasciò il Toro. Ero un pochino più grande. Ma nonostante questo, la vissi come una sorta di abbandono. Strana sensazione, non so come spiegarla. A dieci anni, un ragazzino dovrebbe affezionarsi al calciatore. Io veneravo Lentini, Policano, Annoni, Cravero, Scifo, Marchegiani.
    Se ne andarono tutti. Uno ad uno tolsi i poster attaccati nella mia cameretta. Eppure fu quando Vatta andò via che pensai che qualcosa si stava rompendo.

  8. Solo il vivaio rende grandi le squadre. Gli acquisti servono eccome, sia italiani, sia stranieri. Ma senza uno zoccolo duro di appartenenza e orgoglio si vale poco: vale per tutti, ma per il Toro vale ancora di più.