Il posto davanti

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Torna l’appuntamento con il prof. Bellone e con la sua rubrica “Dall’album del prof”

Quel martedì non ero andato a scuola in bici come tutti gli altri giorni. La domenica avevo rotto la catena e il ciclista si era preso fino a giovedì per riparare la mia Bianchi. Per andare al liceo avevo dovuto prendere il 52, con tutta la maraja che lo affollava abitualmente. All’uscita c’era un gran casino per salire sull’autobus, tra chi si buttava, chi spingeva e chi si infilava di lato all’ultimo. Ero salito a fatica dalla porta posteriore appena prima che il conducente chiudesse e mi ero girato a vedere di sotto. Alcuni non ce l’avevano fatta, chi per lentezza, chi per incapacità, chi per scelta.
Avevo cercato di farmi un briciolo di spazio verso il fondo ed ero lì, in posizione piuttosto instabile, che mi tenevo, quando non avevo potuto fare a meno di sentire Fixor che raccontava, tutto infervorato, che cosa gli era capitato il giorno prima. Giulio Fissore, ginnasiale di quindici anni della 5^A, due anni meno di me, era un occhialuto segaligno con i denti da topo, tutto casa e scuola. Le sue uniche passioni, ammesso che di passioni si potesse parlare, erano il risiko e il tifo per la giuventùs. Non lo avevo fatto apposta, anche perché non mi interessava per nulla che cosa potesse essere capitato a uno come lui, ma ero talmente vicino che non avevo potuto far altro che stare ad ascoltare. Parlava con uno lì vicino ed era tutto agitato.

Ero lì seduto tranquillo su un posto davanti, che pensavo che culo che sono riuscito a sedermi!, perché anche ieri il pullman era pieno zeppo. Avevo già tirato fuori il libro di latino per ripassare, sai che non mi va di perdere tempo, quando mi accorgo che quello in piedi davanti a me ce l’ho proprio vicino, vicino, quasi attaccato. Sai come sono quei sedili, sono messi di lato, spalle ai finestrini. Io poi stavo proprio nel primo, di fianco all’autista e quello alla mia destra era ovviamente occupato. Insomma, mi sentivo proprio stretto, così l’ho guardato in faccia, intanto per sapere se lo conoscevo. Il tipo era uno più grande e pareva guardasse un punto fisso nel vuoto alle mie spalle, fuori dal finestrino. Visto che pareva non accorgersi di me, ho leggermente mosso i piedi, perché ce li avevo uniti, stretti e avevo le sue scarpe attorno. Ma lui non si muoveva e per tutta risposta mi fa: “non vedi che mi sporchi le scarpe?”. Io gli dico scusa sai ma sono così stretto che non riesco a muovermi e lui fa: “che bisogno hai di muoverti? Sei lì, comodo, seduto, per che cosa ti agiti?”. Il discorso pareva chiuso, io mi ero già bell’e rassegnato, che quello ricomincia e mi chiede perché mi sono seduto proprio lì. Che domanda del cazzo, era l’unico posto libero che avevo trovato. Ma lui obietta che no, quel posto non era libero. Come no? faccio io e lui mi fa che sono l’unico sul tram a non sapere che quello è il suo posto. Ora, a parte che quello non era un tram, non mi risulta che nessuno abbia posti prenotati. Ma visto che capisco che quello vuole solo attaccare briga faccio finta di niente e mi ributto sul libro di latino. Ma il tipo non molla e mi chiede come mi chiamo, per quale squadra tifo, che leggo di bello e via di seguito. Non riesco a concentrarmi su latino, provo a rispondergli, ma ogni volta che parlo mi interrompe. Se chiudo il libro dice che faccio aria, se mi giro verso il finestrino a vedere dove siamo dice che non gli faccio vedere il paesaggio.
Allora gli dico scusa, ti faccio sedere, così almeno ‘sta tortura finisce. E quello, calmissimo, mi fa no, no ora che lo hai occupato te lo tieni. Chi si vuol più sedere lì sopra dopo che avrai già scorreggiato cento volte, deve prendere aria e non certo davanti al mio naso, stai pure buono lì. Ma come faccio a stare tranquillo! Con i piedi non mi posso muovere, a sinistra c’è il vetro divisorio, a destra un ciccione che fa finta di niente e davanti c’è lui sempre più incombente. Allora faccio per alzarmi, vorrei dirgli grazie sai, mi sono sbagliato ma non riesco a dire una parola che mi ficca una sberla paurosa, che mi gira la faccia e mi ritrovo accasciato sul seggiolino, più stretto e angosciato di prima. Quello, serafico, mi fa: “non ti avevo detto di stare buono e seduto?”. Io sono terrorizzato, attorno non c’è nessuno che conosco e, per giunta, ora devo scendere, è la mia fermata. Quello non fa una piega, ma ogni tanto borbotta cose tipo gobbo di merda, o “ma proprio una burba come questa dovevo trovare sul mio sedile?”. Provo a dirgli che devo scendere e mi fa
che scenderò quando lo dice lui, visto che sono al suo posto. E mi ricorda che cosa è successo a Scupitti, quello di seconda C, che si è fatto tutta una fermata con la testa e la mano fuori dalle porte, stritolato. Era successo il mese scorso, ricordi? Tutti noi a ridere, che se lo vedevi da fuori del bus c’era la sua testa e quella manina che pareva volesse salutare, con le porte chiuse attorno. Calmissimo, mi dice che quello era l’ultimo che si era seduto al suo posto e anche quello voleva scendere e che lui gli aveva consigliato di aspettare, ma aveva avuto fretta ed era finito così. Io mi zittisco e salto un paio di fermate, ma non posso mica andare oltre. Lui continua a biascicare tra sé e sé robe senza senso condite di bastardi e di stronzi e mi dà del cippalippa. Poi si sposta e mi dice che si scende. Ah, finalmente, forse me ne libero. Si dirige alle porte, prenota la fermata e scende. E lì forse sbaglio, che so, avrei dovuto restare su un’altra fermata. Invece scendo anche
io, con l’intenzione di attraversare la strada e prendere il bus inverso per le tre fermate che avevo perso. Ma quello mi fa che no, che adesso andiamo a berci qualcosa insieme e estende l’invito a un altro ceffo che gli sta accanto. Poi mi dice che c’è lì dietro un bel bar, che nell’ultimo mese è già stato chiuso due volte per spaccio di droga, frequentato da negri (dice proprio così, negri) e che riapre proprio oggi. Ci facciamo un bicchierino e amici come prima. Mi mette un braccio attorno al collo e quell’altro mi prende a braccetto. Ora me la faccio davvero addosso, ma incrociamo una biondiccia slavata, strafatta, che loro conoscono. Il gradasso mi toglie il braccio dalla spalla per farle una specie di inchino, il compare mi libera per farle un assurdo baciamano e mi accorgo che non sono più ammanettato. Sono partito di corsa che neanche Mennea, non sapevo nemmeno
dove stavo andando, ma non mi sono più girato. Ho sentito solo che gridava “ehi amico, ma non dovevamo farci un bicchiere?”.

A quel punto era la mia fermata e, quindi, ero sceso, ma quello che c’era da sentire l’avevo sentito. Mi sembrava il classico caso di bullismo che capitava ogni tanto e ringraziavo che non fosse mai capitato a me nulla di simile. Davvero non avrei saputo dire che cosa avrei fatto in una situazione del genere. Boh, era inutile che ci pensassi adesso, tanto si sa, se ti capita, nove volte su dieci decidi d’istinto come comportarti. La cosa buffa era successa il giorno dopo. Vista la folla di gente alla fermata, avevo provato a salire davanti, con identico risultato. Ero salito a stento e riuscivo a tenermi in equilibrio precario, mezzo appoggiato al divisorio dell’autista. Seduto lì vicino c’era Faffo, detto la Puzzola. Credo facesse seconda liceo, se non lo avevano bocciato aveva 17 anni ed era noto a tutti per una immeritata fama da ultras, che gli veniva dalla frequentazione di qualche trasferta calcistica e dai racconti che ne riportava il lunedì. Era seduto proprio vicino al conducente e, come di consueto, si lamentava di qualcosa. Anche qui, non ero particolarmente interessato alle sue avventure, ma non avevo potuto fare a meno di sentire che cosa avesse da dire. ‘Sto cazzo di pullman è frequentato sempre più da ggente di mmerda. È sempre pieno, ‘sti bastardi potrebbero metterne due, non lo sanno quanti siamo a uscire da scuola? L’altro ieri salgo davanti come al solito, vado al mio posto e, toh!, lo trovo occupato. Strano, lo sanno tutti che quello è il mio posto, sai questo qui dietro al Guido, mi piace perché se c’è qualcosa che non mi va gli picchio subito sul vetro. Comunque, vado lì e penso che adesso mi riconosce e si alza. Ma quello fa il finto tonto, sta là seduto come su un trono e legge la grammatica latina. Dico io, come si fa a stare su latino dopo una mattinata intera passata sui libri! Mi fa pena da quanto è moscio, per cui decido di lasciar perdere. Mi guardo intorno per vedere se ci sono Rudi o Trullo, ma sono saliti da dietro. Vabbè, mi dico, lasciamo perdere, una volta si può anche stare in piedi, poi dopo cinque ore in classe non ce la facevo proprio più a stare seduto. Ma quello si agita tutto, muove i piedi, mi sporca i jeans e mi sale sui camperos, dico oh attento giovane che mi sporchi. Quello, finalmente, mi riconosce e mi fa: “scusa Faffo, sono al tuo posto, mi alzo subito” e io gli dico che no, stai, devi ripassare, poi fra un po’ scendiamo. Mi sta un po’ sul culo lasciare il posto a un gobbo di merda, ma almeno la gente saprà che anch’io ho un cuore. Ma quello continua ad agitarsi, chessò, forse è già in palla per un’interrogazione di domani, così gli dico due parole, giusto per farlo stare tranquillo, gli appoggio una mano sulla spalla, gli dò un buffetto amichevole sulla guancia, poi penso che quello che gli serve è un goccetto per calmarsi. Gli dico che conosco un bel localino dietro via Nizza, sai l’Arcobaleno? Quello. Che scendiamo insieme, ci facciamo l’aperitivo, offro io e poi tutti a casa. Così scendiamo e scende anche Rudi e mi pare una buona idea andarci tutti e tre. Quello se ne sta tutto zitto, penso boh, magari è solo timido, ‘sta burba. Mentre siamo lì che andiamo becchiamo quella gnocca della Vania, minchia quanto è fffiga, e siamo lì che invitiamo anche lei, quando mi giro e il tipo non c’è più. Sparito, svanito, dissolto. Chiaro? Ci son rimasto male, che fosse finocchio e gli desse fastidio di andarci con la Vania? A quel punto ero perlomeno incuriosito e avrei voluto chiedere qualche delucidazione, ma ero alla mia fermata e avevo preferito scendere. I fatti di base parevano incontrovertibili e incontestabili: i due avevano avuto una discussione, terminata più o meno bruscamente con l’invito a berci sopra. Erano le interpretazioni a essere molto diverse tra di loro. Il vero peccato era quello di non poter approfondire la vicenda, perché dal giorno seguente avrei ripreso ad andare a scuola in bici e vaffanculo a quel 52 strapieno. Avrei potuto rimandare ad un eventuale incontro in curva, ma Faffo non era proprio il genere di persona con la quale mi interessava aprire una conversazione. Avevo accantonato l’episodio e, solo molti anni dopo, mi era tornato in mente il fatto. Ero seduto su un pullman con Biagioni, che mi aveva parlato dell’avvocato Giulio Fissore, che aveva frequentato il nostro liceo anni addietro. Beh, sosteneva che doveva stare ben male, o almeno avere delle tare psicologiche di un certo rilievo, perché lui ci aveva fatto le vacanze insieme e quello non ne voleva mai sapere di salire davanti, né in automobile, né dalla scaletta anteriore dell’aereo e tantomeno sul bus. Una vera fissazione! Ero lì che ci stavo pensando quando, abbassando gli occhi sul bracciolo del mio sedile, avevo visto quella scritta, vergata da un coltellino. Cinque lettere, un soprannome: FAFFO.

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