Sono trascorsi 10 anni dal fallimento del Torino Calcio e dalla nascita del Torino FC: dieci stagioni che andremo a ripercorrere attraverso le voci dei protagonisti. Dall’annata 2005-2006, quella dell’immediata promozione, passando per gli anni della Serie B fino ad arrivare alle più recenti, con il ritorno in Europa dopo oltre vent’anni. 

 

Quattro stagioni al Toro, la fascia di capitano, la gioia della promozione e la tristezza della retrocessione. In quattro stagioni con la maglia granata, Alessandro Rosina ha vissuto un turbinio di emozioni che pochi altri possono vantare. E ha saputo lasciare il segno in una piazza che l’ha amato ma con la quale ha anche avuto, prima dell’addio, qualche dissaporre, poi dimenticato. Fu il giocatore attorno al quale il club di Cairo ha più volte cercato di costruire la squadra. Anche, se non soprattutto, nella stagione 2007/2008, quando con Novellino in panchina e Di Michele e Recoba in attacco si pensava di costruire un Toro votato all’attacco e alla fantasia, che non riuscì a rispettare le attese, pur trovando nel suo numero 10 ancora tanta linfa vitale.

 

Rosina, il suo fu il primo acquisto che suscitò curiosità e aspettative dell’era Cairo. Fu il primo “pupillo” del presidente.
Diciamo che me lo sono guadagnato a poco a poco. In verità ero arrivato in sordina, da semisconosciuto: avevo fatto solo qualche presenza in Under 21 e giochicchiato, come mi piace dire, a Parma. Al Toro fu il primo anno dove mi mettevo alla prova, ma chiaramente con le prestazioni di quel bellissimo anno in Serie B entrai nelle sue mire e ha un po’ cominciato a coccolarmi.

C’era un legame speciale tra lei e il presidente?
Avevamo un buon rapporto. Io non gli chiesi mai aiuto, di nessun tipo, ma lui, dopo due anni in granata, aveva deciso di accordarmi ancora più fiducia, gratificandomi anche economicamente con un adeguamento contrattuale. E di questo non posso che essergli riconoscente. Poi, la storia è finita: io decisi di andare via per fare un’esperienza nuova e misurarmi con una nuova realtà. Scelsi lo Zenit.

Dal Cairo del 2005, a quello del 2015. Storia di un cambiamento radicale?
Secondo me sì. Si è trasformato, perché ha saputo fare tesoro dei suoi errori, confermando una grande intelligenza. Molte persone vanno avanti sempre contro l’opinione di tutti, senza interessarsi del parere degli altri: solo chi è intelligente, quando sbaglia, si rende conto di aver sbagliato. Sotto questo punto di vista, le sue ultime mosse hanno fatto capire che la direzione presa è completamente diversa da quella iniziale.

Tra gli errori, lo stesso Cairo ha ribadito che si intrometteva troppo nella vita della squadra. Lo faceva davvero?
Sì, partecipava molto. Ma sotto un certo verso lo capivo anche. All’inizio hai voglia di dare sempre tanto, e credo sia naturale sentirsi molto coinvolti. Il problema è che non lo faceva nel modo giusto. Premessa, all’interno di una società calcistica sarebbe sbagliato dire che un presidente non ha il compito di vivere la quotidianità della squadra, ma se vediamo gli ultimi 5 anni capiamo quanto sia stato importante saper delegare e dare fiducia, anche nei momenti di difficoltà, a determinate figure. Lo dicevo allora, continuo a pensarlo adesso: abbiamo subìto, quando ero in squadra, un’enorme quantità di cambi allenatore e direttori sportivi. Non è mai facile, ma se ci pensate bene è successo anche quest’anno al Catania: tutti all’inizio pensavano che la squadra potesse vincere a mani basse il campionato, poi con tutti quei ribaltoni avrei voluto sfidare chiunque a dire che saremmo riusciti a essere protagonisti.

Rosina, quattro anni di Toro e un turbinio di emozioni. Che ricordo ha della sua esperienza in granata?
Semplicemente, la più importante della mia carriera. È la squadra nella quale sono riuscito a esprimermi al meglio. In B fu l’esordio, positivo. L’anno dopo mi confermai, con grande soddisfazione. Anche la terza stagione non fu negativa. Ad esserlo davvero fu l’ultima, con la retrocessione. Ma sono cresciuto tantissimo, anche grazie agli errori commessi. Non a caso sono rimasto legatissimo all’ambiente, e con la mia famiglia abbiamo scelto di avere la nostra base lì.

In effetti, quando giocò al Siena nella stagione 2012-2013, sbagliò un rigore decisivo forse tradito dall’emozione.
Proprio così. Ne ho parlato con Di Cesare proprio qualche giorno fa: fu un episodio incredibile. Ho calciato come sempre, e avevo visto che Gillet si era già mosso una ventina di secondi prima. Ero convinto di spiazzarlo, e invece andò incredibilmente fuori. Mi sa che lo ha spinto fuori la curva esattamente come quando lo aveva spinto dentro contro il Mantova. Il rigore più lento della storia (ride, ndr).

Un lungo silenzio da parte sua a proposito del Toro, a cosa è dovuto?
Al fatto che non volevo intromettermi. Quando ero in granata mi sono sempre arrabbiato molto per le persone che parlavano senza cognizione di causa. Leggevo spesso interviste vuote, banali, di gente che non sapeva nemmeno lontanamente di come ci sentivamo noi, in squadra, quando le cose andavano male. Ho sempre detto che, una volta lasciato il Toro, non mi sarei mai permesso di dare consigli: non ho parlato per rispetto, non per disinteresse. D’altra parte, io nutro e nutrirò sempre una grande simpatia per questa squadra e per questi colori. Mi hanno dato tantissimo e non potrò mai, davvero mai, dimenticarli.

 


La rassegna stampa del 4 settembre 2015

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