Sono trascorsi 10 anni dal fallimento del Torino Calcio e dalla nascita del Torino FC: dieci stagioni che andremo a ripercorrere attraverso le voci dei protagonisti. Dall’annata 2005-2006, quella dell’immediata promozione, passando per gli anni della Serie B fino ad arrivare alle più recenti, con il ritorno in Europa dopo oltre vent’anni.

 

 

La prima stagione del Toro di Cairo in Serie A, con il Centenario della società festeggiato tra ali di tifosi in festa e tanti grandi ex granata, l’esonero di De Biasi a poche ore dall’inizio del campionato, l’arrivo di Zaccheroni e il ritorno di De Biasi qualche mese dopo. Una stagione, la seconda del Presidente granata, quantomeno burrascosa ma coronata dalla salvezza ottenuta ad una giornata dalla fine del campionato grazie al gol di Muzzi che regalò al Toro la vittoria sulla Roma. Una stagione che tra i protagonisti annoverava anche il campione del mondo Simone Barone.

 

 

 

Lei è arrivato al Toro dopo aver vinto il Mondiale. Cosa l’ha convinta a vestire la maglia granata?
Cairo mi ha cercato in quel periodo, nel 2006 dopo la vittoria nel Mondiale, l’ho incontrato e ho visto una persona molto intelligente, uno che ti trasmette tanto. Aveva tantissima voglia di fare e questo è importante. In quel periodo ovviamente doveva ancora imparare praticamente tutto, era solo la seconda esperienza in un mondo ancora nuovo per lui ma è normale. E infatti dopo 10 anni il Toro è tornato ad essere una squadra importante.

 

Prima di venire al Toro giocava al Palermo. Che differenze ci sono tra Cairo e Zamparini?
Li ho conosciuti in momenti molto diversi della loro carriera. Zamparini era già un presidente importante che aveva conosciuto sia la Serie A che la Serie B, conosceva bene il mondo del calcio. Aveva portato con sé persone che già conosceva di cui si fidava. Cairo però è sempre stato molto volenteroso, voleva fare bene subito, voleva tutto immediatamente e ovviamente è difficile. Credo che la retrocessione in Serie B dopo 3 anni di A abbia fatto anche la sua fortuna, ha capito che non era facile.

 

Un’abitudine del Presidente di quegli anni era quell di cambiare spesso allenatore cosa che capitò anche a voi con De Biasi e Zaccheroni.
Si, io non ho mai cambiato tanti allenatori come al Torino. E quella volta capitò davvero troppo velocemente. De Biasi venne esonerato proprio alla vigilia di una partita, poi è tornato ma fu difficile per il gruppo migliorarsi. Non riuscivamo a essere una squadra ma era colpa di tutti e di nessuno.

 

Cairo vi ha mai spiegato quella scelta?
Assolutamente no. Ci convocarono al centro sportivo per l’allenamento dove c’era anche l’allenatore e ci comunicarono la novità ma il Presidente non ci disse le sue motivazioni, sono scelte della società. Ora essendo allenatore capisco che il motivo sono solo i risultati, noi non avevamo fatto un bel precampionato ma il cambiamento fu davvero troppo veloce. Esonerarlo a 48 ore da una partita non è stato facile, forse bisognava farlo subito, prima del ritiro, oppure lasciarlo iniziare.

 

Nei tre anni al Toro ha spesso avuto problemi di infortuni che hanno condizionato la sua esperienza in granata. Com’era il suo rapporto con il Presidente in quel periodo? La sosteneva?
Si assolutamente, ho sempre avuto un grande rapporto con lui sia nei momenti in cui le cose andavano bene sia in quelle in cui andavano meno bene per gli infortuni o anche per colpa mia. Ma io non ho mai mollato, ci ho sempre messo la faccia. Il più grande rammarico di certo è legato alla seconda stagione con Novellino. Ero tornato a far bene, avevo ottenuto anche la convocazione con la nazionale poi nel Derby al 92’ mi sono fatto male al ginocchio. Da li forse sarebbe potuto cambiare il mio futuro al Toro ma quando sono rientrato la squadra non stava facendo molto bene e per me è stato complicato.

 

In occasione del decennale della sua presidenza Cairo ha ammesso di aver commesso molti errori e di aver capito.
Cairo è cambiato è vero. Ma non mi stupisce, è una persona molto intelligente e ha molto cuore. Prima non era preparato a gestire l’allenatore, un gruppo di 22 o 23 giocatori con i procuratori annessi. Oggi invece ha scelto l’allenatore, il direttore sportivo e uno staff giusti per crescere e che lo fanno anche stare più tranquillo e lui può restare anche di più con la famiglia. Prima invece era spesso troppo vicino alla squadra, la seguiva troppo.

 

Segue ancora il Toro? Cosa ne pensa?
Il Toro è una grande squadra. Oggi vengono presi giocatori adatti al modulo e alle idee dell’allenatore e credo che abbia tutte le potenzialità per far bene. Non si può pensare di vincere lo scudetto e il campionato di Serie A non è facile anche se quest’anno c’è molto equilibrio, però il progetto è ambizioso e credo si possa davvero fare bene. Poi hanno un grandissimo allenatore. Penso che la parola chiave sia programmazione: non si può inventare nel calcio. Ti può andare bene una volta ma poi alla lunga la paghi. Invece la programmazione è fondamentale.

 

Sente ancora il Presidente Cairo?
No non ci sentiamo più. Però quando mi è capitato di giocare contro il Toro o di incontrarlo in altre occasioni l’ho sempre salutato volentieri. Forse non avrò lasciato un ricordo positivissimo sul campo ma credo di averlo fatto come persona, ripeto ho sempre dato tutto e ho sempre messo la faccia e penso che nel mondo del calcio questo sia importante. Al presidente Cairo sinceramente faccio un grosso in bocca al lupo per il futuro.

 

 


Allievi Under 17 pronti all’esordio: domani il via

Toro, due giorni di riposo: martedì la ripresa