La domanda di ammissione al Lodo Petrucci: “La Fiat non voleva il Toro”

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Marengo Rodda Torino

Tutto il Toro minuto per minuto / 2: il libro intervista di Gigi Marengo dal fallimento del Torino Calcio, al Lodo Petrucci, fino all’arrivo di Cairo: “Fummo gli unici a far domanda. La Fiat dominava”

Continua “Tutto il Toro minuto per minuto” il lungo ed esclusivo libro-intervista a Pierluigi Marengo sulla convulsa estate del 2005, coincisa con il fallimento del Torino Calcio di Cimminelli, con l’arrivo dei Lodisti e con la successiva compravendita della società, trattata da Urbano Cairo. Seguiremo passo dopo passo ogni avvenimento di quell’estate così travagliata per i tifosi del Toro. Ecco la seconda puntata: la domanda per il Lodo Petrucci e gli ostacoli di una città che non voleva ascoltare. A questa pagina potrete trovare lo schema preciso di tutte le puntate.

La scorsa settimana, nel riferire della catastrofe cimmineliana, ha fatto un’analisi certamente forte su quei giorni, forse un po’ dietrologica, ma certamente precisa e con un preciso filo logico che, se non sbaglio, ha più volte pubblicamente rappresentato, anche alla luce dell’esito della partecipazione cittadina al Lodo Petrucci.
La non partecipazione della città al Lodo Petrucci è stata la cartina al tornasole e la prova definitiva della mia teoria, di una precisa volontà dei poteri forti torinesi di far scomparire il Toro. Che il Toro dia noia all’altra squadra cittadina e ai loro servitori è cosa notoria: dall’avvocato Gianni Agnelli, che in privato era uso chiamare “Talmone” il Torino, al dottor Umberto, che sin dagli anni 60 non nascose mai la sua convinzione che la città di Torino dovesse avere un’unica squadra… e di certo non pensava al Toro. Una noia trasmessa anche al Comune, la cui attenzione verso la storia granata mai ha brillato; basti pensare che a Superga vi è la cartellonistica pubblica che indica i servizi igienici, ma non è mai stato, dal ’49 ad oggi, posto un cartello indicante la Lapide del Grande Torino. E se poi non basta, cito l’area destinata al Grande Torino all’interno del Cimitero Monumentale… totalmente abbandonata a se stessa, un’incuria indegna di una città. E ciò si somma a decenni di oblio del Filadelfia. Ebbene, torniamo agli anni appena precedenti il 2000. Olimpiadi alle porte, città che cerca di rifarsi una verginità, struccandosi da grigia città industriale di una Fiat che non c’è più e ritruccandosi da città d’arte e turistica: palazzi da porre in mostra, piazze e fontane da portare a meraviglia internazionale, enogastronomia da valorizzare a più non posso. Poi la storia, una storia sabauda di Capitale d’Italia da rinfrescare attraverso i musei e le splendide regge, una storia industriale fatta di passato protagonismo nell’automotive (con le altre primarie, e forse più significative, storie industriali della città invece scientemente oscurate). In ultimo la storia sportiva, la più ricca del Belpaese… ma qui non vi è solo la potente equipe agnelliana, anche il Toro, in questa storia, ha pregnante presenza.

Ed allora, sim sala bim, proviamo a farlo sparire… e non sarebbe una novità, chi conosce la storia di Gualino, sa che la politica della sparizione ed oblio è prassi di un certo monopolistico potere cittadino. Come detto siamo sul finire degli anni ’90. Pochi anni prima il Toro era brillato in Italia ed Europa con il Mondo in panca e Borsano al timone. Poi alcuni rovesci. Nulla di così straordinario nella storia granata, dopo tutto Amsterdam era ancora ben viva nella mente dei tifosi. La compagine societaria del Toro è però estremamente debole, scarse sono le risorse e per di più sono genovesi e non torinesi. I media si scatenano contro il Presidente Massimo Vidulich. Un vero e proprio linciaggio mediatico che diede i suoi frutti. I genovesi furono costretti a mollare e si aprirono le porte del Toro a Francesco Cimminelli, l’uomo vicino a Cantarella, uno dei primari fornitori Fiat, tifosissimo della gobba. Per l’operazione venne usato come ariete il compianto Giuseppe Aghemo, uomo del mondo confindustriale e noto tifoso del Toro. Mi dirà poi in seguito, e gli credetti totalmente conoscendolo e ritenendolo un autentico fratello granata, che solo dopo si accorse di esser stato usato come grimaldello operativo per gettare fumo negli occhi alla tifoseria. Non a caso, appena acquisito il Toro e precisamente 38 giorni dopo, Cimminelli caccia Aghemo, sostituendolo con Tilli Romero, da sempre dipendente Fiat ed in quegli anni portavoce di Gianni Agnelli. Siamo arrivati al 2000 ed all’inizio della gestione “Fiat-Juve” del Toro, una gestione timonata da Francesco Cimminelli che, da un lato ha cercato di far scomparire per sempre il Filadelfia, sostituendolo con un supermercato, e, d’altro lato, ha portato, nel 2005, al fallimento del Toro. Un Toro che, senza il Lodo Petrucci da me posto in essere con Rodda e Bellino, sarebbe sparito per sempre, inghiottito insieme al Filadelfia nel limbo dell’obblio. La storia sportivo calcistica torinese sarebbe quindi stata solo più quella gobba, da vendersi, con il suo museo, quale eccellenza nella nuova Torino votata al turismo, insieme alle regge sabaude ed al passato industriale automobilistico.
Qualcuno dirà che vaneggio…ma so che molti invece condividono questa mia visione, ma la condividono sottovoce, perché in questa città toccare certi ambienti, smascherare certi progetti è cosa fortemente ardita, spesso da pagare sulla propria pelle. Ed è ciò che già avevo provato sulla mia pelle quando pubblicai, nel 2004, “Torino fiat voluntas” e che provai dopo il Lodo Petrucci.

Dopo questo preambolo, necessario per dare chiara visione di una storia che potrebbe, senza le dovute premesse, venir considerata quanto meno farlocca, entro nel merito.
Sì; ritengo che proprio nel Lodo Petrucci, o meglio nel suo non utilizzo, si possa leggere la volontà di un certo mondo torinese di far scomparire per sempre il Toro.
Chiunque poteva chiedere, entro il termine tassativo del 19 luglio 2005, di accedere alla procedura del Lodo Petrucci per il Torino Calcio. Era sufficiente disporre di una società di capitali, con capitale non inferiore a 10.000 euro, inviare una lettera di richiesta in nome della società ed allegare una fidejussione bancaria per 50.000 euro. Nulla di più.
Tra l’altro, avendo coscienza della facilità di accesso alla procedura del Lodo Petrucci, ero convinto che sarebbero giunte in Federazione svariate altre domande, tant’è che avevamo già organizzato, per giovedì 21 luglio data in cui si sarebbero conosciute le richieste presentate, un tavolo ove incontrare tutti coloro che, come noi, le avevano inviate, nella speranza di riunire tutte le istanze in una sola, per rafforzarle sotto il profilo economico ed operativo.

Alle 00.03 del 20/7, la scadenza di presentazione era alle ore 24 del 19/7, dal ristorante di Fontana dei Francesi, ove mi trovavo con Rodda, Bellino, Cena, Dal Farra, Carrera, Consentino ed altri, telefonai all’avvocato della F.G.C.I. sul suo numero privato, per sapere quante domande aveva ricevuto per il Torino Calcio. La sua risposta, in scherzoso romanesco, fu: “collega spero tu abbia un paio di scarpette appese a qualche chiodo… ingrassale che te tocca giocà, di domande c’è solo la tua, a nessun altro interessa il Toro”. Per me fu scioccante. Nessuno, oltre a noi, aveva azionato il Lodo Petrucci per salvare il Toro dalla scomparsa. Tutti quei così detti tifosi VIP, tutti quei personaggi sempre pronti a dichiararsi granata sugli schermi televisivi o sui giornali, assolutamente fermi, inermi, inesistenti. Per loro il Toro poteva sparire, non mossero un dito. Da ciò la mia precisa convinzione che un ordine fosse stato emanato ai piani altri della città: nessuno intervenga, nessuno faccia qualcosa che possa salvare il Toro, questa è la volontà di chi comanda a Torino. Tutti i “grandi e potentati” tifosi del Toro, magari perché servi della Sacra Famiglia, magari perché codardi all’inverosimile, magari perché speranzosi di un invito alla reggia, con la lacrimuccia di circostanza che bagna la guancia ad assistere, inerti, alla scomparsa del Toro. Non v’è altra spiegazione, non si può altrimenti comprendere perché personaggi, che certo non avevano problemi a costituire una piccola società ed a ottenere una fidejussione di 50.000 euro, siano stati fuori dalla porta a guardare il Toro che moriva, senza nulla fare. Basti pensare, per avere idea di quanto ciò risulti incomprensibile se non alla luce dell’appena detto, che per il Perugia, fallito nel medesimo anno in serie B con quindi Lodo finalizzato all’iscrizione in serie C, furono presentate ben 7 domande di ammissione. Per non parlare poi del Napoli che, l’anno precedente, vide 10 cordate competere tra loro, sempre con riferimento la Serie C. Per il Toro nessuno, dico nessuno ci provò. Forse la sua scomparsa andava bene anche a tanti che si proclamano, dai seggiolini della Tribuna o sui giornali o sugli schermi televisivi, tifosi granata… quei tifosi VIP che non considero assolutamente fratelli di fede, anche se sbandierano pubblicamente la mia stessa fede.

Qualche nome?
No, preferisco non farne. Indicarne qualcuno, dimenticandone altri, sarebbe dare ai dimenticati una patente di granatismo che non meritano. Chi restò inerme, nel luglio 2005, davanti al Toro che moriva, se è un granata autentico porterà per tutta la vita il rimorso di non aver fatto nulla per il Toro. Se è un granata di facciata, mantenga pure la sua falsa facciata e continui ad alimentarsi con la sua beata ipocrisia, non sarà comunque mai un mio fratello di fede; da me avrà solo disprezzo. Mi permetto però un piccolo pizzicottino al Presidente Cairo. Se è vero, come emerge dai giornali (Tuttosport 18/8/2005 pag.1, ndr), che, sin dal 2000 e poi anche successivamente, la famiglia Cairo aveva attenzionato il Toro per acquistarne le quote, perché il 19/7/2005 Cairo non inviò la domanda in F.G.C.I. di ammissione al Lodo Petrucci? Una domanda a cui è difficile trovare risposta diversa da quella data dal Sindaco Sergio Chiamparino: “Forse prima volevano avere la certezza che la squadra fosse in serie B (La Stampa 18/7/2005 pag.35, ndr)”. Cairo lasciò a noi il marasma del salvataggio del Toro, intervenendo poi a salvataggio avvenuto, entrando in città da trionfatore, senza aver combattuto un solo giorno. Un’operazione verso cui mi levo il cappello; un pragmatico bravo imprenditore, e lui lo è, cerca sempre il maggior risultato con il minimo sforzo e sta nell’ombra delle retrovie sino a che stima possano esservi rischi. Quando ogni rischio è stato eliminato, appare sul balcone e fa l’asso piglia tutto.
Un’operazione, quella di Cairo, quindi perfetta sotto ogni aspetto, ma perfetta per un imprenditore, non per un tifoso. Un autentico tifoso si sarebbe tuffato di testa nel Toro sin dal luglio, quanto occorreva salvarlo. Tra il nostro trio e Cairo c’era un incolmabile abisso. Noi tutta passione, cuore, coraggio e fede granata. Lui calcolo economico, programmazione imprenditoriale, fredda determinazione di aggiungere al suo costituendo impero economico anche una squadra di calcio, senza costi d’acquisizione. Ma avremo tempo per parlare di ciò nelle prossime puntate.

Siamo fermi al 7 luglio, ovvero all’incontro del mattino con Rodda e Bellino, ove decidere insieme se procedere con il Lodo Petrucci. Cosa avvenne e come vi muoveste?
Tutti e tre eravamo assolutamente convinti di dover fare tutto il possibile per salvare il Toro ed il possibile, in quel momento, era solo il Lodo Petrucci. Ci dividemmo i compiti. Io mi impegnai a convocare l’assemblea dei soci della Società Civile Campo Torino srl, di cui ero Presidente, per avere l’autorizzazione dai soci al procedere con il Lodo Petrucci. Rodda a reperire i 50 mila euro necessari per la fidejussione. Bellino a fare da corriere per portare a Roma la domanda di ammissione al Lodo con allegata la fidejussione. Tutti, ognuno secondo le proprie conoscenze, a cercare persone che ci aiutassero nell’impresa, sia sotto il profilo economico che sportivo, che di semplice manovalanza. Il giorno dopo, l’instancabile Gianni Bellino aveva già radunato circa 10/12 persone disposte a lavorare notte e giorno con noi. In quei giorni, fortunatamente a fine luglio le incombenze di Tribunale scemano, riorganizzai l’ufficio, destinando una camera, oltre alla mia, all’attività del Lodo. Rodda, posizionato in quella camera, iniziò a telefonare a chiunque potesse fornirci aiuti.
Si tenne poi l’assemblea soci della Società Civile Campo Torino srl, un’assemblea che, all’unanimità, deliberò di procedere con il Lodo Petrucci, conferendo a me i pieni poteri per andare avanti.

Con la delibera mi recai presso la mia Banca, la Banca Popolare di Novara agenzia di c.so Peschiera, ove il direttore, con richiesta presentatagli venerdì 15 luglio, riuscì a far predisporre, entro lunedì 18 luglio, una fidejussione bancaria da 50.000 euro a favore della F.G.C.I.. Ci prendemmo un fine settimana di vacanza al mare, l’unico di tutta l’estate. Un week-end caratterizzato dalle decine di telefonate che feci e ricevetti e dall’incontro del 17/7 che si tenne al Bar Garden sulla passeggiata Imperatrice di Sanremo. Un incontro tra me, Rodda e Cena, in cui si affrontò il problema del versare in banca 50.000 euro entro il lunedì per ritirare la fidejussione e ci suddividemmo questi primi oneri economici derivanti dal Lodo Petrucci. Io avrei messo sul piatto la società, ufficio, telefoni, cancelleria, ecc., accollandomi tutti i relativi costi, compreso il versamento dell’integrale capitale sociale (di tasca mia corrisposto anche per gli altri 15 soci) per un totale di circa 25.000 euro complessivi. Rodda e Cena avrebbero versato alla banca 25.000 euro cadauno, necessari per il ritiro della fidejussione. Delineammo poi il futuro assetto di vertice societario, al caso di accettazione del Lodo Petrucci. Io avrei continuato a essere il Presidente della società, Gianni Bellino il Vicepresidente, Sergio Rodda l’amministratore delegato e Marco Cena un consigliere d’amministrazione. Il lunedì successivo si procedette ai versamenti e si ritirò la fidejussione dalla Banca. Il giorno dopo, il fatidico 19 luglio 2005 termine ultimo per azionare il Lodo Petrucci, Gianni Bellino volò a Roma per consegnare in F.G.C.I. la domanda con allegata fidejussione. Alle 15.30 Gianni Bellino mi telefonò: “tutto fatto, la domanda e la fidejussione sono state depositate”. Il dado era tratto, ormai si era a tutti gli effetti in pista per salvare il Toro. Un Toro che, pochi giorni prima (15/7/2005), era stato escluso da tutti i campionati.

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tajarin
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tajarin

Molto probabilmente l’articolo più coinvolgente (a puntate) della storia della testata TORO.IT. Continuate così.

madde71
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madde71

Realta’ virtuale e’ anche pensare che con sto qua,il presiniente,si possa ambire a qualcosa piu’ del 10mo posto,questa si che’e’ virtualita’ pura. Alternative a lui ci sono. Poi che dire,il tempo ha il suo percorso,le verita’emergono.Condivido con tanti di voi lo schifo e lo sdegno,il rifiuto di cotanto schifoLoro,all’estero,son davvero… Leggi il resto »

madde71
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madde71

There is no alternative.Questa frase e’ d’attribuire ad un filosofo inglese Herber Spencer.la frase,da qualcuno ritenuta un reiterato articolo di fede,fu usata molto dalla Sig.ra Thatcher,poi anche da dittatori.Il tutto x inculcare al pueblo che bisogna accettare,cosi com’e’ lo status quo,di modo che,non si possa pensare ad una societa’diversa.Gramellini e… Leggi il resto »