“Un Torino democratico: questo volevamo. Ecco perché cedemmo”

di Gigi Marengo - 30 Maggio 2018

Tutto il Toro minuto per minuto / 8: il libro intervista di Gigi Marengo in esclusiva per Toro.it dal fallimento del Torino Calcio, al Lodo Petrucci, fino all’arrivo di Cairo: “Il nostro progetto non era visionario, ma democratico”

Continua “Tutto il Toro minuto per minuto” il lungo ed esclusivo libro-intervista su Toro.it a Pierluigi Marengo sulla convulsa estate del 2005, coincisa con il fallimento del Torino Calcio di Cimminelli, con l’arrivo dei Lodisti e con la successiva compravendita della società, trattata da Urbano Cairo. Seguiremo passo dopo passo ogni avvenimento di quell’estate così travagliata per i tifosi del Toro. Ecco l’ottava puntata: le ultime fasi prima dell’era Cairo e la struttura dell’organo direttivo. A questa pagina potrete trovare lo schema preciso di tutte le puntate.

Il vostro piano era chiaro, ma ci sono alcune cose ancora da spiegare. Perché, prima di tutto, decidere di salvare il Toro?
Quando ci tuffammo, da soli e contro l’intera città che conta, a salvare il Toro, avevamo infatti un preciso progetto, figlio di un’irrinunciabile volontà: un Toro senza un padrone solo al comando ed espressione della sua storia e dei suoi tifosi. Noi non volevamo solo salvare il Toro, ma anche ridargli quella dignità societaria che, durante la presidenza Cimminelli, era stata più volte infangata ed in ultimo demolita. Nostro intento era, conseguentemente, salvarlo e rimetterlo in campo strutturato ed organizzato da Toro vero, per poi farci da parte, lasciandolo a chi aveva le risorse economiche per portarlo ai vertici della serie A.
Un progetto societario, prima dell’arrivo di Cairo, condiviso da moltissimi granata, tanto da esser stato sposato da Massimo Gramellini in un suo articolo del 10/8/2005: “Il Toro merita di essere salvato dai suoi tifosi, un milione di persone da monsù Pautasso al cavalier Ferrero, da cento euro a centomila: tutti potrebbero contribuire, ciascuno in base alle proprie possibilità, a un’operazione seria di azionariato diffuso. In Spagna, terra di toreri, funziona. Non so quanto sia fattibile in Italia. Ma se mai lo fosse, non potrebbe che esserlo qui: nella terra del Toro.” Arrivato Urbano Cairo, Gramellini però lo intervistò, a piena pagina su La Stampa, presentandolo come “giovane, ambizioso, editore esperto di pubblicità, molto ricco e pure un po’ tifoso”, con assist finale: “Lei sa da quanti anni i cuori granata aspettavano qualcosa di simile?”. Un abbastanza palese tifo anche del granatadalegare verso il nuovo corso, al pari di tutti gli altri giornalisti; tutti meno uno: Roberto Condio, che, in suo articolo su La Stampa, cercò di analizzare in forma critica l’avvento del nuovo aspirante padrone del Toro. Condio fu però il cigno bianco in un lago strapieno di cigni neri e smise di scrivere di Toro durante quel periodo. Con l’arrivo di Cairo, sbocciò infatti un incondizionato ed immediato amore dei media verso chi ci voleva sostituire al timone del Toro, immediatamente trasformato nella comunicazione da dott. Urbano Cairo a Papa Urbano; un amore acritico e condito di articoli diffamatori e calunniosi nei nostri confronti, colpevoli solo di aver salvato il Toro mettendoci la faccia e tutto ciò che potevamo mettere. Per qualcuno molto in alto, e non mi riferisco a Cairo, però pesantemente colpevoli proprio per quel salvataggio e pericolosi per il futuro in ragione del nostro progetto società Toro. Una comunicazione giornalistica monoliticamente a sostegno di tutto quanto Urbano Cairo diceva. Una comunicazione piena di ricostruzioni di false verità su di noi, che portarono i tifosi, qual fiume in piena, ad acclamare l’arrivo di Papa Urbano, senza minimamente poter conoscere quanto noi cercavamo di dire loro e dove noi volevamo portare il Toro. Il Toro ad Urbano Cairo lo diedero di fatto i tifosi. Tifosi entusiasticamente acclamanti Papa Urbano sotto il balcone del Comune. Tifosi inveenti e minacciosi nei nostri confronti e non solo a parole, ma con sputi e calci. I tifosi furono la fanteria d’assalto che si scatenò per farci fuori a favore di Cairo e lo furono perché a ciò li aveva portati la stampa del momento. Se avessi avuto, quale fonte di conoscenza dei fatti, solo le false verità che propagandavano giornali e televisioni in quei giorni, probabilmente sarei stato anch’io sotto quel balcone ad acclamare il nuovo papa…

Pensa ci sia una motivazione particolare dietro?
Come ho precedentemente detto, noi avevamo salvato il Toro contro la volontà di una certa famiglia e di una certa città. Massacrarci era l’ordinaria conseguenza. Ed io in particolare ero noto come l’antiagnelli per antonomasia, come l’ultras della politica antisistema Torino; per averne conferma basta leggere Torino fiat volutas o i miei dossier olimpici o gli articoli di Tuttosport sulle mie battaglie per il Fila. Lasciarci nel Toro poteva essere molto pericoloso. Avevamo un progetto Toro, un progetto che loro subodoravano e che non potevano permettersi venisse sposato dal mondo granata o, peggio ancora, da qualche grande imprenditore non torinese ed antagonista o comunque non di facile raccordo con la sacra famiglia; uno come i Della Valle, entrati nel mondo calcio solo l’anno prima, o come il Comm. Pellegrini, di cui in quei giorni si era accennato sui giornali. Un non italiano sarebbe poi potuto essere il loro disastro. Ed anche noi, poveri diavoli senza un soldo facevamo di per sé paura. Molto meglio quindi far avere il Toro all’imprenditore alessandrino, che già si era dimostrato avvezzo ad interloquire con la Milano che conta e con cui un certo mondo sabaudo si sentiva certo di poter interloquire a Torino.

Sta dicendo che Cairo fu portato al Toro da un certo mondo torinese?
No. Non penso assolutamente che Cairo sia stato portato al Toro da quel mondo. Ritengo che, da attento coglitore di opportunità economiche, sia autonomamente arrivato a Torino attratto dal business del poter avere una squadra a costo zero; d’altra parte, che Cairo volesse acquisire una squadra di calcio è fatto oggettivo, aveva già osservato realtà come il Bologna, l’Alessandria e lo stesso Toro di Cimminelli. Il suo arrivo fu però visto da quel mondo sabaudo come la naturale risoluzione di un loro problema: il nostro pericoloso progetto di Toro. Tendo a escludere, quindi, ci sia stata un’alleanza programmata tra la Torino che conta e Cairo; fu solo una sorta di intesa sul campo, generata da comuni interessi. Per entrambi lo sviluppo dei fatti era perfetto: noi cacciati dal Toro, con gran sollievo del sistema Torino, il Toro gratis a Cairo, con sua grande soddisfazione ed utile. Due interessi autonomi e distinti ma convergenti tra loro, le perfette convergenze parallele. Una sorta di fidanzamento nato da reciproci interessi, una sorta di fidanzamento che potrebbe anche essere la chiave di lettura del Toro degli ultimi 13 anni. Anni di nessun disturbo dato dal Toro ai piani alti della città. La squadra della famiglia è il grande faro di riferimento cittadino, con una seconda squadra vivacchiante nella sua ombra. Una seconda squadra che, per disturbare il meno possibile, più che la seconda di Torino, mi pare divenuta la terza di Milano. Nulla, assolutamente nulla di ascrivibile alla torinesità è stato apportato al Toro in questi 13 ultimi anonimi anni; persino la sede effettiva dove si firmano molti contratti, non parlo di quella di via Arcivescovado a Torino per i motivi già detti, è a Milano. Sui vecchi tram c’era una targhetta: “non disturbare il manovratore” e nessun disturbo al grande manovratore torinese è arrivato dal nostro Toro. Il nostro Toro è rigorosamente stabile nel cono d’ombra dei gobbi.
E poi, a fianco della disamina sui movimenti ai piani alti cittadini, l’elemento umano del giornalista, un elemento umano che facilitò, ai portatori dei due distinti e convergenti interessi, la realizzazione del disegno comune, senza dover prezzolare o imporre alcunché; bastò un semplice far trapelare dai piani alti il “Cairo piace, loro no” e tutti i vergatori di informazione, di ogni livello, a capofitto a scriverne a favore, accanendosi contro di noi con le notizie più strampalate. Pensi che arrivarono a scrivere che ero andato nel posto sbagliato ad iscrivere il Toro al campionato, che un’amichevole a Giaveno, sede del ritiro, era stata annullata perché ci mancavano i palloni, mentre fu annullata per questioni di ordine pubblico, che la F.I.G.C. stava revocandoci l’iscrizione al Campionato, beccandosi una secca smentita dalla Federazione stessa… per non parlare della macchina del fango contemporaneamente azionata su Giovannone in primis e tutto noi a ruota. Ogni nostra dichiarazione ai giornali veniva rigorosamente manipolata e alterata, resa risibile.

Ma perché parlarne solo oggi, a distanza di 13 anni?
Ora l’ho fatto e non è detto che ancor oggi, proprio per questo mio ardire, la passi liscia. Comunque rispondo anticipatamente a chi volesse tornare a denigrarmi: non mi fate paura, so di avere la stima di tantissimi tifosi granata e ciò mi basta. Il grande affetto dei tifosi che trovo nei commenti in calce ai pezzi o che mi viene tributato a voce per strada, allo stadio, al Fila lo scorso sabato, son più che sufficienti a farmi digerire tutto. Vengo ora a chiarire il perché solo oggi. Se per tredici lunghi anni nulla ho scritto, è semplicemente perché nessuno mi aveva dato gli strumenti per farlo, mentre oggi mi è stato concesso, grazie a Toro.it, il far sapere cosa successe veramente e dove volevamo portare il Toro nel lontano 2005; prima d’ora c’era solo stato il continuo stimolo di mia figlia Carlotta, se possibile persin più granata di me, al farlo, nessuno mi aveva però mai fornito lo strumento. Poi, sotto sotto, anch’io, come molti, per anni ho sperato in un’inversione di rotta del Toro. L’ho attesa un anno, poi un altro, poi un altro ancora e così via, sempre costringendomi a non esternare nulla che potesse anche solo lontanamente generare malumore alla società. Passati dieci anni, mi son però reso conto che quell’inversione di rotta non sarebbe mai arrivata. Tifosi sempre più rassegnati e distanti, spesso divisi e contrapposti sul quel poco societario e sportivo che ritrovo oggi nel nostro Toro. Storia, torinesità e certi valori granata spariti dall’orizzonte. Stagioni su stagioni calcistiche di poca rilevanza. Un futuro ogni anno più incerto del precedente.

Torniamo alla società, al nuovo Torino FC: come pensavate di struttare l’organo direttivo, decisionale?
Sul profilo organizzativo e sulla filosofia societaria che animava il nostro progetto ho già ampiamente detto, da esternare mi resta solo più l’anima centrale societaria: la compagine soci e il Cda. Il nostro immaginario di società era il Torino di Pianelli innovato. La nostra mente andava alle storiche figure di Traversa, Navone, Zunino, Gerbi… ovvero i soci di minoranza che affiancavano Pianelli ed erano rappresentativi della città nei suoi vari settori. Progettammo quindi di creare una società partecipata, attraverso l’azionariato diffuso, da soggetti di consolidata storia granata e torinese, al pari di quelli che furono i citati soci di minoranza del Toro pianelliano. A questi volemmo poi unire la voce dello stadio, attraverso l’azionariato popolare di “Torino Siamo Noi”.
Poi un nuovo Pianelli, un uomo forte della maggioranza societaria, ma non un uomo solo al comando; non un padrone, solo un primus inter pares. E da settembre in poi, a squadra in campo ed a società strutturata, avremmo seriamente iniziato a cercarlo, iniziando ad interloquire con i due soggetti di cui ho detto nelle scorse puntate, ma non certo solo con loro. In luglio e agosto vi erano incombenze ben più cogenti, era semplicemente tutto da fare, con un campionato a cui iscriversi. Da settembre avremmo provato a sondare soggetti con cui fare un ragionamento a 360 gradi su ruolo e dimensione Toro. Eravamo certi di poter trovare un nuovo Pianelli, ci servivano però alcuni mesi. L’accollarsi una società di calcio quale socio di maggioranza richiede tempo, riflessioni, ragionamenti. Nell’ordinario non si decide in quindici giorni; quanto avvenne quell’agosto fu un caso assolutamente straordinario. Non ci spaventava quindi il fatto che tra metà luglio e metà agosto nessuno grosso big si fosse fatto vivo, lo davamo quasi per scontato; molto meno avevamo invece dato per scontato la mancanza dei soci di minoranza torinesi, di cui ho ampiamente detto. Ma anche su ciò eravamo certi che a settembre le cose sarebbero girate al meglio. A quella data il Toro sarebbe esistito a prescindere da tutto e tutti e le paure di alcuni vip torinesi, di esser annoverati tra i salvatori dalla sacra famiglia, probabilmente sarebbero venute meno. Squadra in campo e società organizzata su tutti i settori avrebbero dato ben diversa dimensione alla ricerca di patron ed investitori. Si sarebbe ragionato su una vera società e non su una scatola vuota piena di incognite. Sin qui comunque nulla di straordinario, si cercava solo di riprodurre il Toro di Pianelli, modernizzandolo con l’apertura a singoli tifosi quali piccoli soci investitori di azionariato popolare.

Un Toro particolarmente democratico.
La parte veramente innovativa del nostro progetto societario arrivava dallo Statuto, con cui si sarebbe garantita la piena presenza nel Consiglio di Amministrazione ad ogni socio dell’azionariato diffuso ed a non meno di tre designati della società di partecipazione “Torino Siamo Noi”, a prescindere dalle quote percentuali di denaro versato. Uno Statuto che prevedevo di far approvare all’assemblea soci di fine agosto, insieme al cambio nome da Società Civile Campo Torino a Torino FC e all’aumento di capitale; inutile dire che mi fu vietato anche solo il pensarci. Uno Statuto, fatto fortemente innovativo nel calcio, per un Toro a base estremamente democratica ed a operatività assolutamente trasparente, con il Presidente sottoposto a puntuale controllo sul suo operato, nel preciso intendimento di non avere mai più un incontrollato padrone del Toro, libero di usare a suo piacimento ciò che è patrimonio di tutti i tifosi e della città. E poi un CdA che, anche al caso di mancato reperimento di soggetti investitori torinesi come in quel momento avvenuto, avrebbe comunque garantito torinesità al Toro.

Pensaste quindi di collegare il nuovo Toro alla sua storia attraverso il CdA?
La storia Toro sarebbe stata il dna del Consiglio di Amministrazione. Un CdA che volevamo fortemente allargato, con presenza al suo interno di coloro che rappresentarono la storia di Torino e del Toro. In primis offrendo a Paolo Pulici la carica di Presidente ad Onore del Torino F.C e poi dando un posto al suo interno al Capitano dello scudetto Claudio Sala ed a un delegato dell’Associazione Ex Calciatori Granata. Per noi era ed è inaccettabile che chi fece, domenica per domenica, la nostra storia sia fuori dalla società. Non sarebbe poi mancata la cooptazione nel CdA di coloro la cui storia personale e famigliare ne fanno emblema di fede granata e torinesità, penso ad esempio a Giorgio Navone.
Il nostro progetto, in sintesi, mirava a creare non il CdA di un’impresa economica, ma il CdA di una storia e di una leggenda qual è il Toro, calata in un contesto imprenditoriale. Un CdA ricco di persone di alto prestigio e fortemente torinesizzato, capace di essere il simbolo calcistico della città, contrapposto a quello dei gobbi, esclusiva espressione di una famiglia. Un Consiglio di Amministrazione ove si sarebbero saldate tra loro passione, cultura e storia, da portare a vanto nazionale ed internazionale sul ruolo di una società di calcio sul territorio. Ed un CdA come questo, sono certo avrebbe allettato più di un magnate nel venirlo a presiedere. Di fatto avrebbe presieduto sia il Toro che la miglior parte della città. Se poi fosse stato un magnate con qualche sassolino da togliersi dalle scarpe, magari lanciandolo in direzione Lingotto, sarebbe stato perfetto per lui.
Un progetto societario quindi difficilmente definibile frutto di visionari dilettanti allo sbaraglio, come in allora ci dipinse la stampa; un progetto peraltro neppur dispendioso economicamente, anzi. Un progetto che, come già detto, faceva paura, molta paura a certi ambienti torinesi. Un progetto che eravamo convinti di portare a regime, con i giusti ingressi di piccoli e grande investitori, entro la fine dell’anno.

Ma allora, perché cedere?
Il 2/9/2005, con centinaia e centinaia di tifosi ad insultare e minacciare me e Rodda sotto gli uffici comunali, cedemmo la società a Cairo e il nostro progetto rimase solo su carta. E quel 2/9/2005 fu preceduto da un mio esser stato costretto ad andare a dormire in un hotel cittadino, il Meridien, con scorta della Digos; da un dover lasciare casa da parte di mia moglie, come consigliato dalle Forze dell’Ordine; da un Rodda che trovò la citofoniera di casa sua vandalizzata; da un Giovannone ripetutamente aggredito; da alcuni miei soci lodisti presi a calci… E noi non siamo persone che vivono in ville blindate con i bodyguard, siamo persone comuni che parcheggiano l’auto davanti a casa. Di questo si dirà comunque nelle prossime puntate, ove emergerà anche chiaro che l’alternativa, all’epoca, non fu tra Cairo e Giovannone, come ancor oggi molti pensano ed allora venne strombazzato sui giornali, ma tra diverse impostazioni societarie. Così come emergerà chiaro che, in quella società che si sarebbe andata a costruire nell’autunno, Giovannone sarebbe stato non il patron, ma uno degli importanti soci di minoranza, come suo pieno diritto visto il grandissimo aiuto che apportò al salvataggio del Toro e la disponibilità a versare due milioni esclusivamente suoi di cui ho già detto. Una società, la nostra, che sarebbe stata ben diversa da quella, di perfetto impianto squisitamente imprenditoriale ed economico, poi costruita da Urbano Cairo a partire dall’assemblea soci del 8/9/2005, con lui imprenditore padrone solo al comando ed un CdA ancor oggi composto da suo padre e tre dipendenti di sue aziende, senza alcun radicamento territoriale o riferimento alla storia granata. Se la piazza ci avesse concesso ancora due o tre mesi ed avesse avuto un po’ di fiducia nel fatto che un grande investitore sarebbe certamente arrivato, forse oggi ci troveremmo a ragionare di tutt’altro Toro, con noi comunque non più al suo timone, perché, ribadisco, il compito che allora ci demmo fu esclusivamente quello di salvare il Toro dalla morte, dargli grande dignità granata societaria ed allestirne una squadra in grado di disputare un dignitoso campionato di serie B, per poi metterlo nelle sicure mani di chi avesse forza economica e volontà di portarlo a volare alto, ben più in alto del centro classifica. Un altro Toro rispetto all’odierno non perché avessimo già un magnate nel cilindro, che come già detto e più volte ribadito ad agosto non avevamo, ma perché sarebbe stata completamente diversa, rispetto al caos di agosto, la realtà Toro su cui andare a ragionare in giro per l’Italia, o magari all’estero, con i potenziali investitori. Avremmo potuto avvalerci di banche d’affari, di grandi studi professionali operanti su operazioni societarie nazionali ed internazionali, di società d’investimento… ad agosto non potevamo certo farlo. Forse, questa, può anche essere una chiave di lettura su quella, per me tutt’ora altrimenti inspiegabile, fretta impostaci ad agosto, sia mediaticamente che con violenza di piazza e sulle nostre persone, nel farci cedere il Toro.

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Giankjc (La tragedia non è morire, ma dimenticare.)
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Giankjc (La tragedia non è morire, ma dimenticare.)

Aggiorniamo in continuazione il livello dell’unica asticella che si alza nel torino fc: quella della vergogna dei ripetitori di radio cairese.
La testimonianza e l’esperienza raccontata dal Presidente Marengo dovrebbero far tornare nelle tane certi fantocci, invece continuano a tentare di inquinare la storia del Toro.

GranataDentro
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GranataDentro

Che meraviglia! Sono passato dal multinick al dipendente di Cairo. Ora sono un dipendente della redazione. Si aspettano ulteriori sviluppi. Nel frattempo non c’è limite per il senso di ridicolo di qualcuno. E’ davvero così difficile capire che persino in questo sito, ci può esseere del sano dissenso? E che… Leggi il resto »

Roberto (RDS 63)
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Roberto (RDS 63)

Silenzio Ospite e pulisci meglio….sai che ne sono rimasti due di vecchi articoli con il tuo nick attuale?

madde71
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madde71

due ore fa,alberto ha scritto un commento che va un attimino approfondito con calma. sapete,o immagino sappiate,quanto son contro questo speculatore proprietario. il ribrezzo che provo nei confronti di chi da del venaria a veri tifosi,e’immenso e penso che uno nomina cio’ che meglio conosce. vergognoso e repellente sentire anche… Leggi il resto »

alberto
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alberto

Ti ringrazio per il tuo commento alle mie parole senza insulti e ragionato. Ti dirò che sul fatto che il Torino con Cairo “vegeti” sono perfettamente d’ accordo e infatti ho scritto che in questi anni ha fatto “molte fesserie”. Ma volevo soltanto ricosturire senza veli e senza censure quello… Leggi il resto »

madde71
Utente
madde71

alberto,hai complotti non credo,ma alla volonta’precisa di una entita’ arcinota di renderci cocker scodinzolanti,si.
Questo mentitore seriale e’ l’attore scelto dal regista

Sergio (Plasticone69)
Utente
Sergio (Plasticone69)

Mi hai chiesto il permesso per usare la formula “mentitore seriale ” 😁😁

madde71
Utente
madde71

ero stufo di spudorato bugiardo…

Sergio (Plasticone69)
Utente
Sergio (Plasticone69)

Rivendico anche l’utilizzo di speculatore e il neologismo PERCULARE…
Ho i testimoni 😁😁

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