L’ex attaccante del Torino: “Abbiamo perso un patrimonio culturale enorme. Una volta andare allo stadio era una festa”
Schietto, crudo e passionale. Quasi 300 presenze in maglia granata e vincitore dell’ultimo scudetto del 1975/76: non ha bisogno di ulteriori presentazioni Ciccio Graziani, che ci ha raccontato – con la consueta passione che lo contraddistingue – i suoi pensieri sulla stagione del Torino, tra cessione, cambi in panchina, contestazioni e tante delusioni.
L’intervista a Graziani
Come valuta la stagione del Toro?
«Non benissimo. Per essere più appetibile per noi tifosi, il Toro dovrebbe lottare con Lazio, Bologna, Atalanta per un posto in Europa, che sia Europa League o almeno Conference. Deve avvicinarsi a queste squadre: adesso siamo in una via di mezzo, a ridosso di Genoa, Parma, Sassuolo. Il Toro non può non essere almeno tra le prime dieci».
Cosa ne pensa della contestazione dei tifosi?
«In ogni caso Cairo non venderà, a meno che non arrivi una proprietà realmente interessata e disposta a mettere sul piatto i soldi che chiede. Se ho una casa e chiedo 100mila euro, e tu me ne offri 60, ti dico di no. È una questione di proprietà: si parla tanto, si vocifera, ma da quello che dice nessuno si è mai presentato davvero. Ci deve essere però un prezzo congruo, anche perché credo che lui si sia stufato di questa situazione, che influisce sul progetto. Finché non arriverà un’offerta giusta non cambierà nulla, anche se sono convinto che venderebbe volentieri il Toro. La diatriba tra tifoseria e presidente si ripercuote sulla squadra e sugli obiettivi. Cairo non prenderà mai giocatori da 40-50 milioni: non è il suo modo di gestire, ha sempre detto che il primo obiettivo è il bilancio. La protesta incide inevitabilmente anche sui risultati: se allo stadio ci sono 3mila persone, la squadra ne risente. Vedere lo stadio semivuoto mi fa venire le lacrime: abbiamo perso un patrimonio culturale senza prezzo. Io resto tifoso del Toro, nel bene e nel male».
Quali sono le differenze maggiori rispetto ai suoi tempi nel rapporto calciatore-tifoso?
«La differenza principale è che il mondo è cambiato, tutto qui. Non c’erano i social: io ho avuto la fortuna di vivere quel mondo e mi piaceva incontrare le persone al Fila, fare foto e scambiare due parole. Oggi è difficile incontrare i calciatori: quando vanno nei ristoranti stanno in sale private, non c’è più contatto diretto. Mia moglie, dopo l’allenamento, mi mandava dal salumiere o dal fruttivendolo, e lì parlavi e ti confrontavi con i tifosi. Un altro aspetto che si è perso è che tre o quattro volte all’anno venivamo mandati nei club per incontrare i tifosi: c’era più contatto umano. Oggi i calciatori vivono sui social, frequentano meno la città e la quotidianità del tifoso. Una volta andare allo stadio era una festa, una domenica di condivisione. Quando facevamo la partitella del giovedì contro la Primavera c’erano 4mila persone; oggi, a malapena, allo stadio se ne vedono altrettante».
Simeone è il futuro dell’attacco granata? Le piace? Zapata è ancora una risorsa importante?
«Simeone è un ragazzo che mi piace, si è immerso molto nella cultura granata ed era curioso di conoscere la storia e la società. Abbiamo tre attaccanti straordinari: lui, Zapata e Vlasic. Spero che Zapata si riprenda al meglio, perché l’infortunio lo ha rallentato molto. Anche Vlasic sta facendo benissimo. Non si capisce perché questa squadra non riesca ad avere continuità di rendimento e di risultati».
Le piace D’Aversa? Dovrebbe restare l’anno prossimo?
«Bisogna aspettare la fine della stagione per fare certe valutazioni. Bisogna capire su quali giocatori si potrà fare affidamento l’anno prossimo e se D’Aversa merita o meno di mantenere la guida della squadra. Devono stabilirlo innanzitutto i risultati, e poi la società».
Un ritorno di Juric come soluzione per l’anno prossimo le piacerebbe?
«Le scelte della società mi vanno bene tutte: non metto bocca su queste questioni, perché non sono in grado di stabilirlo. Se pensano che il ritorno di Juric sia la soluzione ideale, che lo facciano. Le decisioni spettano a loro, non a me tifoso: non si può fare un referendum, devono essere loro a capire cosa è meglio per il club».
C’è un giocatore che le piacerebbe vedere al Toro? Qualcuno che potrebbe incarnare lo spirito granata?
«Questo non lo so. Si è un po’ persa quell’identità, perché molti calciatori arrivano da fuori e conoscono poco la nostra realtà e la storia del club. Ricordo che quando uscivano i calendari eravamo in subbuglio per sapere subito quando ci sarebbe stato il derby. Oggi non so se sia ancora così: non so come questi ragazzi, soprattutto stranieri, vivano lo spirito e l’identità granata».
La priorità per lei quale dovrebbe essere? Su quale aspetto si dovrebbe intervenire con urgenza?
«A livello di organico, secondo me, in attacco siamo messi bene. Interverrei soprattutto a centrocampo o in difesa: sono i reparti da migliorare. Al limite si potrebbe pensare a una punta più giovane, anche se forse l’abbiamo già in casa e speriamo emerga presto».
A breve sarà l’anniversario dei 50 anni dallo scudetto del 1975/76: si sarebbe aspettato tutto questo tempo senza vittorie?
«No, non ce lo aspettavamo. Speravamo che, col passare degli anni, questa squadra potesse regalarci una coppa europea o qualche altra soddisfazione. Da tifoso speravo di rivivere le emozioni provate da calciatore, ma non è stato così».

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