In Italia il tema torna centrale proprio adesso. Il calcio cerca ricavi nuovi, ma il clima resta teso
In Italia il tema torna centrale proprio adesso. Il calcio cerca ricavi nuovi, ma il clima resta teso. La ragione è semplice: soldi, salute pubblica e consenso. Dal 2018 il Decreto dignità blocca ogni pubblicità. Però il contesto economico del pallone è cambiato. Nello stesso tempo, i conti dei club restano fragili. Il Senato parla di perdite aggregate pari a 2,935 miliardi. Nello stesso testo cita oltre 650.000 giovani coinvolti. E stima un impatto sul PIL oltre 11 miliardi. Il nodo quindi supera il solo marketing. Le scommesse sul calcio hanno superato 16,1 miliardi nel 2025. Il gettito erariale ha toccato 401,6 milioni. Eppure l’Italia resta più rigida di altri mercati.
Casinò online e presenza sul campo: cosa è successo in passato
Prima del divieto, il calcio italiano conviveva con questi marchi. Nel 2018 il quadro cambiò in modo netto. L’articolo 9 del Decreto dignità vietò ogni pubblicità. Il motivo ufficiale era il contrasto alla ludopatia. AGCOM fissò poi linee guida applicative nel 2019. Da lì sparirono maglie, led, contenuti e campagne. La stretta colpì proprio un settore già regolato.
Nel 2024 arrivò però un riordino del gioco online. Il decreto legislativo 41 entrò in vigore ad aprile. La riforma puntò su legalità, minori, tracciabilità e tutela.
- Impose limiti di tempo, spesa, perdite e messaggi automatici.
- Previde anche campagne informative contro il gioco patologico.
- Ogni concessione richiese 7 milioni, più un canone annuo.
Nel settembre 2025 ADM assegnò 52 concessioni a 46 operatori. Questi nuovi siti di casino sono più facili da trovare nell’elenco di Gamblizard. Il team di esperti da anni analizza e valuta i casinò italiani in base a una serie di criteri. Verificano quali siti sono stati chiusi e quali hanno ottenuto una nuova licenza. Il mercato dunque si è rinnovato. Ma la porta del calcio restò quasi chiusa.
I concessionari possono investire in sicurezza e controlli. Non possono però legare il marchio al campionato. Per il settore è una frizione evidente. La legge rende il gioco legale più sorvegliato. Sul lato marketing, però, resta più dura del necessario.
Prima dello stop, gli accordi erano reali e visibili.
- Roma lanciò Betway come Main Global Partner nel 2018.
- Inter presentò bwin come Official Betting Partner.
- Juventus annunciò 10Bet nel 2019, ma fuori dall’Italia.
- Atalanta accolse Yajuego come partner sudamericano per le scommesse.
- Anche Lazio ebbe Marathonbet sulle maglie nel 2018.
Perché club e dirigenti vogliono un sistema nuovo
I club chiedono una riforma soprattutto per i conti. La tesi è molto concreta: Il calcio italiano perde terreno sul lato commerciale. Secondo FIGC, il tema non riguarda solo sponsor. Riguarda vivai, impianti, calcio femminile e formazione. La risoluzione del 2025 dice proprio questo. Propone almeno l’1% del valore scommesso agli stadi, pure quote per giovani e progetti sociali. I dirigenti pensano a un circuito più ordinato.
Cosa hanno discusso finora Governo e Senato
Sul piano politico, qualcosa si è mosso davvero. Ma il percorso resta meno lineare di quanto sembri. Nel 2024 il Senato ha svolto dieci audizioni. Il 5 marzo 2025 ha approvato una risoluzione. Quel testo chiede al Governo di valutare modifiche. Tra queste c’è anche l’articolo 9. Il Senato parla di misura deludente sui risultati. Aggiunge che ha ridotto ricavi e competitività.
- Paolo Marcheschi ha usato parole molto nette. Per lui il divieto ha “fallito gli obiettivi prefissati”. Ha pure stimato quasi 100 milioni persi l’anno.
- Sul fronte opposto, Cecilia D’Elia ha frenato. Ha detto che serve “rafforzare il divieto”.
La procedura del Senato era un atto d’indirizzo. Non cambiava da sola il quadro vigente. E il quadro vigente è ancora il divieto. Anche il decreto sport del 2025 non l’ha abolito. Nel 2026 il tema è rimasto aperto. Gravina ha rilanciato una riflessione più ampia. Nel suo dossier cita diritto alla scommessa e chiede pure il superamento del divieto pubblicitario. Per ora esistono segnali, dossier e dichiarazioni pubbliche. Non esiste ancora una riforma approvata in Parlamento.
Cosa potrebbe cambiare davvero se i brand di scommesse tornassero nel calcio
Se il divieto calasse, il primo effetto sarebbe visivo. Tornerebbero possibili maglie, training kit e sleeve partner. Poi rientrerebbero led, backdrop e aree vip negli stadi. Un secondo fronte riguarda media, dati e contenuti. Gli accordi oggi possono usare marchi ibridi o informativi. Napoli, nel 2025, ha annunciato bet365 Scores. La qualifica ufficiale è Official Infotainment Partner. Inter, nel 2024, ha scelto Betsson Sport. Sono segnali di un mercato che cerca varchi. Con una riapertura, i confini sarebbero più trasparenti.
Il punto però non sarebbe un via libera totale. La linea più realistica riguarda soli operatori ADM. In Italia il ritorno cambierebbe pure la trattativa. I club avrebbero un nuovo riferimento commerciale europeo. Gli operatori legali avrebbero spazi oggi preclusi. Resterebbe però un costo reputazionale da gestire.
| Possibili vantaggi | Rischi e limiti |
| Più ricavi per club e impianti | Più esposizione commerciale dei minori |
| Più spazio per operatori legali | Maggiore pressione promozionale |
| Più fondi per vivai e integrità | Confine più debole tra info e pubblicità |
| Rapporti più tracciabili e regolati | Bisogno costante di controlli e sanzioni |
Come potrebbe apparire un modello italiano più equilibrato
Una via sensata esiste, ma chiede regole chiare. Il punto di partenza resta la licenza ADM: solo operatori autorizzati, senza eccezioni. Poi servono limiti precisi su spazi, formato e pubblico. Niente loghi nei kit junior, niente presenza nelle aree famiglia, messaggi sul gioco responsabile sempre ben visibili.
Conta anche l’uso dei ricavi. Una quota dovrebbe sostenere stadi, vivai, calcio femminile e sistemi di controllo contro frodi e anomalie. Un’altra parte dovrebbe finanziare prevenzione e percorsi di cura, soprattutto tra i più giovani. In questo senso, l’Italia potrebbe seguire una linea intermedia: non un divieto totale, ma neppure una riapertura senza freni.