Un Paese sospeso tra crisi e leggerezza, fabbriche e canzoni, paure e calcio: cosa succedeva nel 1976 mentre i granata vincevano lo scudetto
Nel 1976 con 500 lire ci fai ancora parecchie cose. Ma un pieno no, quello inizia a pesare davvero. La benzina aumenta, il pane sfiora le 450 lire al chilo, il latte supera le 250 al litro e l’inflazione mangia stipendi e tranquillità. Nei portafogli gira ancora la carta moneta stropicciata, nei bar si discute di politica, nelle case si fanno conti sempre più stretti. L’Italia è un Paese nervoso, inquieto, spesso arrabbiato.
Fuori dalle fabbriche si sciopera, dentro si lavora con il rumore del conflitto sociale sempre più acceso. A Torino, i cancelli di Mirafiori scandiscono le giornate di migliaia di famiglie: turni, tute blu, assemblee, sindacati. La FIAT detta ancora il ritmo della città e il clima è quello di un Paese sospeso, attraversato dagli anni di piombo. Le Brigate Rosse alzano il tiro, la politica entra dappertutto: nelle università, nei cortili, nelle discussioni dal barbiere, perfino nelle cene di famiglia.
Ma il 1976 è anche un’Italia che prova ostinatamente a restare leggera.
Alla radio spopola Lucio Battisti, Ancora tu diventa quasi una colonna sonora nazionale, Francesco De Gregori canta Rimmel, Claudio Baglioni riempie i juke-box con Sabato pomeriggio, Mina continua a dominare l’etere dove per la prima volta, nel marzo del 1976 va in onda il secondo telegiornale Rai, il Tg2. Le radio libere cominciano a spuntare ovunque, improvvisate, rumorose, entusiaste: cambiano il linguaggio, cambiano il modo di ascoltare la musica, cambiano persino il lessico di un Paese ancora abituato alla sola voce ufficiale della Rai. Per le prime Tv private bisognerà attendere ancora qualche anno.
Sanremo? Lo vince Peppino Di Capri con Non lo faccio più, anche se nelle camere dei ragazzi ormai entrano sempre di più il rock, il pop internazionale e le sonorità della disco music. Al cinema “Febbre da cavallo” fa il pieno al botteghino, in televisione Mike Bongiorno, Corrado e Pippo Baudo vanno per la maggiore e il telecomando non esiste: la Rai resta un rito collettivo, il salotto di famiglia il centro del mondo.
È anche l’anno delle grandi paure e delle grandi immagini. Muore a Pechino Mao Tse-tung, se ne va il regista Luchino Visconti, mentre il mondo dello sport trattiene il fiato per il pilota austriaco Niki Lauda: quaranta giorni dopo il rogo del Nürburgring, il campione austriaco torna in pista a Monza con il volto bendato, trasformando una gara automobilistica in un racconto di ostinazione quasi epica.
Poi arriva la domenica.
Le città rallentano, i bar si riempiono, le radioline gracchiano risultati in diretta e il calcio torna ad essere il linguaggio comune di un Paese diviso su tutto il resto. Anche Torino vive così: operaia, nervosa, attraversata dalla politica ma sempre pronta a ritrovarsi davanti a una partita o allo stadio. Perché nel 1976 il calcio non è ancora televisione totale: è attesa, è racconto, è immaginazione. È Tutto il calcio minuto per minuto ascoltato in macchina o con la radio sul tavolo della cucina.
E sotto la Mole, quasi senza che nessuno se ne accorga subito, quella primavera assume un sapore diverso.
Ventisette anni dopo Superga, mentre l’Italia prova a orientarsi tra inflazione, austerity e tensione sociale, il successo del Toro finisce per assomigliare a qualcosa che va oltre lo sport. Non soltanto uno scudetto — l’ultimo della storia granata — ma un sentimento collettivo. Una città intera che per una sera smette di discutere di fabbrica, politica e crisi economica per riversarsi gioiosa in strada, attorno ad un unico colore.
Granata, naturalmente.