Intervista a Riccardo Cucchi: il calcio, il gol e l’attesa

Dal campo a ciò che vi sta intorno: quanti significati ha il calcio?
Ci hanno provato in molti a dare definizioni del calcio. È un’attività umana tra le più complesse, nella quale si possono manifestare tutte le sfaccettature e sfumature dell’essere umano. Io credo assolutamente che la partita sia una simbologia della vita. Nei novanta minuti succedono tutte quelle cose che accompagnano la vita di ognuno di noi: la gioia, il dolore, la delusione, il coraggio di rialzarsi dopo aver subito un gol. Nel calcio non si è nessuno da soli, si è qualcuno se vicino a te ci sono altre dieci persone che concorrono al tuo stesso obiettivo. Questo è evidente a tutti. Quello che invece credo sia importante approfondire è come il calcio sia sempre più evidentemente una carta assorbente di ciò che succede nella società contemporanea. È difficile che il calcio possa avere strumenti sufficienti, ad esempio, per promuovere la pace tra gli esseri umani. Può farsi portatore, o dovrebbe farlo in alcuni casi, di valori. In questi giorni si discute, in presenza della crisi bellica, di alcune questioni che hanno ricadute sul calcio: se far disputare la finale di Coppa dei Campioni ad Istanbul, se l’Uefa debba intervenire con sanzioni disciplinari nei confronti di quei calciatori turchi che a fine partita hanno omaggiato il loro presidente (Erdogan, ndr), responsabile per la comunità internazionale di un’invasione militare. Potrei continuare a lungo, ma confermerei solo ciò di cui sono convinto: il calcio è la società. Se la violenza si riaffaccia negli stadi non è colpa del calcio, e lo stesso vale per il razzismo, che è un fenomeno culturalmente recente trasferitosi anche negli stadi. Cosa dire ancora del calcio? È l’uomo, rispecchia i suoi pregi e i suoi difetti.

Poi ci sono i lati emotivi. Il gol, ad esempio.
L’aspetto che più mi affascina del calcio è il fatto di essere capace di scatenare passione, amore. È impossibile dare una risposta sensata alla domanda: “Perché sei tifoso di una squadra?”. Si ama la propria squadra esattamente come si amano le proprie fidanzate o mogli, i propri amici e parenti: è un atto irrazionale. Per questa ragione il gol è il coronamento di questa storia d’amore, è l’amplesso tra i due innamorati. Scatena il massimo della gioia, dell’esaltazione. Il gol è la cosa per la quale esistono il calcio e la sua narrazione. “Il deserto dei Tartari” di Buzzati è il romanzo dell’attesa: bene, ho sempre pensato che il radiocronista fosse il suo protagonista. Egli attende il momento del gol e coinvolge in questo sentimento tutti coloro che lo ascoltano.

E quanta attesa c’era quel 9 luglio 2006? Grosso sul dischetto, pronto a calciare. Lei in postazione cronaca…
(Ride, ndr). Lì ho tradito tutte le mie convinzioni tecniche di racconto radiofonico. Non ho mai cercato l’urlo, che non credo sia un fattore in grado di produrre automaticamente emozione. Emozionarsi per emozionare, questo è il meccanismo, ma se il radiocronista è falsamente emozionato l’ascoltatore se ne accorge. In quel caso ho tradito tutte le mie regole, ho urlato. Sono convinto che in quel momento io corressi insieme a Grosso, tutti gli italiani davanti alla tv corressero assieme a Grosso, tutti gli italiani presenti allo stadio corressero insieme a Grosso. E tutti quanti abbiamo calciato quel pallone, tutti quanti lo abbiamo spedito in rete. Quando è entrato, le regole che ho rispettato per quarant’anni di lavoro sono saltate per aria.

Invece al Torino che ricordi la legano in modo particolare?
Ero rapito dal personaggio di Meroni. Io sono un ragazzo del ‘68, epoca di rivoluzione e di entusiasmi, a volte anche traditi dai fatti, e Gigi Meroni era l’emblema dei giovani di quegli anni. Non era solo il calciatore, era il ragazzo che cercava di rompere le regole, come credo dovrebbero fare tutti i giovani: contestare gli anziani per poter cambiare le cose. Un giocatore che ho amato tantissimo. Lo ricordo con quei calzettoni abbassati, con quella zazzera che per noi giovani era una conquista. Era difficile convincere i genitori o i presidi a farti portare i capelli lunghi. Allora vedevamo in Meroni l’uomo che era riuscito a fare ciò che noi non riuscivamo. Ma il suo, per quanto straordinario, non è il solo ricordo che ho pensando al Toro. Il Torino dello Scudetto, ad esempio, con Pulici e Zaccarelli. Tra l’altro anni molto vicini alla Lazio campione del 1974. Erano due squadre, quelle, che rompevano gli schemi di un calcio in cui vincevano le grandi. E poi ho un ricordo più recente.

Prosegua pure.
Quello di un giocatore del quale, mi permetto, sono diventato anche un po’ amico: Ciro Immobile. Oggi veste la maglia della Lazio, ma io ho cominciato a raccontare i suoi gol quando giocava nel Toro. L’ho sempre apprezzato tantissimo e credo che se ne sia accorto, tanto che un giorno mi ha confessato di custodire in un dischetto registrato tutti i suoi gol raccontati da me. È un ragazzo straordinario, al di là del valore tecnico.

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