Riccardo Cucchi, intervista esclusiva alla voce di "Tutto il calcio"

Riccardo Cucchi: “Sogno il Filadelfia di Capitan Valentino. E Meroni mi rapì”

di Francesco Vittonetto - 15 Ottobre 2019

Esclusiva / Riccardo Cucchi, voce storica di “Tutto il calcio minuto per minuto”, racconta la sua infanzia intrecciata al Torino. E il suo amore per il calcio

C’è la voce, che arriva prima del nome. Il timbro, inconfondibile, riporta alla domenica pomeriggio. Riccardo Cucchi è stato gli occhi di tanti appassionati di pallone per “Tutto il calcio minuto per minuto”, i suoi racconti accorciavano le distanze, aiutavano l’immaginazione di chi il campo e le azioni le potevano solo disegnare con la mente. Laziale di fede, confessata dopo aver lasciato il microfono nel febbraio 2017, nella sua formazione calcistica le tracce di Toro ci sono eccome. Anche di questo, Riccardo ci parla in esclusiva su Toro.it, ponendo tocchi di granata al fianco di temi innumerevoli: da “Radiogol”, il suo ultimo libro, al significato stesso del gioco del calcio. Fino ad arrivare al ricordo di Gigi Meroni, mito ribelle di gioventù.

Su Facebook ha scritto, il 4 maggio scorso: “sono cresciuto nel mito del Grande Torino”. Quanto è granata l’infanzia di Riccardo Cucchi?
C’è molto del Torino, perché mio papà era di Torino e soprattutto era un grande tifoso granata. Io sono nato qualche anno dopo la tragedia di Superga e ho vissuto, attraverso i suoi racconti, non soltanto quel terribile incidente aereo ma anche le imprese di quella squadra straordinaria. Per esempio mi diceva che quando andava al Filadelfia da ragazzo rimaneva colpito dalla capacità che aveva Mazzola di far capire ai suoi compagni quando iniziare a giocare davvero. C’era un gesto simbolico che Valentino eseguiva: tirarsi su le maniche. Era il segnale, poi non ce n’era più per nessuno. La mia passione per il calcio è nata parallelamente a quei racconti.

Sono cresciuto nel mito del Grande Torino. Mio padre, torinese e tifoso granata, mi raccontava le gesta di quella…

Pubblicato da Riccardo Cucchi (pagina ufficiale) su Venerdì 3 maggio 2019

Come si immagina, adesso, quel Toro?
Ho coltivato questo sogno, come le cose impossibili che mai si possono realizzare: di vivere anche solo qualche minuto di quelle atmosfere. Mi hanno accompagnato le immagini che mi sono costruito nella memoria attraverso i racconti, ma anche attraverso le foto, le documentazioni giornalistiche. Ho una raccolta, che ho ereditato da mio papà, alla quale tengo moltissimo. Il mio sogno, da ragazzino ma ancora oggi, è di poter giocare con una macchina del tempo, entrare al Filadelfia, poter vedere quel colore della maglia. Ecco, sul colore della maglia se posso aggiungere…

Prego.
Non sono naturalmente in grado di giudicare perché non ho visto con i miei occhi la maglia del Grande Torino. Però quel punto di granata che faceva dei colori sociali qualcosa di distintivo della squadra credo che negli anni si sia un po’ smarrito. Era peraltro, mi hanno raccontato, un granata molto difficile da realizzare con le tecniche di allora e non so se questo si stia ripresentando anche con quelle attuali. Io sono diventato poi tifoso della Lazio, ormai l’ho dichiarato, papà non ha mai cercato di influenzarmi con la sua passione granata, ma ho sempre vissuto con grande empatia le gesta del Torino degli anni. Sono stato con lui a vedere un Lazio-Torino e ho un ricordo vivo di quelle maglie, di quel granata che mi colpì tantissimo. Non sono più riuscito a trovarlo nelle maglie moderne.

Nelle sue parole c’è tanto della potenza del racconto, di cui parla in “Radiogol” rifacendosi all’immagine del falò, delle lingue di fuoco che illuminano il volto dell’anziano narratore immerso come i suoi interlocutori in un buio profondo…
In epoche passate, davanti a questi grandi fuochi, i vecchi radunavano i bambini. Attorno a quella luce, che evocava anche le tenebre che erano alle spalle, si raccontavano miti e leggende, veniva tramandata la conoscenza. La voce del vecchio in qualche misura è molto simile all’effetto che faceva su di me la radio. Quando, senza ancora la televisione, ci si radunava a luci spente essa proiettava luci ed ombre che, nell’immaginazione di un bambino, davano vita ai personaggi che in quel momento vivevano nel racconto della radio. La radio mi ha consentito di prendere coscienza del mondo.

C’è una parola che nelle sue pagine emerge a proposito della narrazione: fiducia. Non è marginale, secondo me, in un discorso sul giornalismo. Specie parlando di quello attuale, dove qualche carenza in questo senso c’è.
Assisto con un po’ di rammarico alla decadenza dell’immagine del nostro mestiere. Oggi i giornalisti non godono di quella stima che in passato li contraddistingueva. Penso che invece la fiducia sia necessaria per creare quel rapporto che si dovrebbe instaurare tra chi ascolta, legge, vede e chi racconta. Il grande Enzo Biagi disse: “Il giornalista è un testimone”. Significa avere una grande responsabilità. Credo che un giornalista commetterebbe un reato se, coscientemente, non raccontasse i fatti così come li ha visti. In questo momento stiamo vivendo momenti di grande tensione, ad esempio in Medio Oriente con l’invasione del nord della Siria da parte della Turchia: se non ci fossero occhi, giornalisti lì, noi cosa sapremmo di quel conflitto? Naturalmente questo rapporto di fiducia aumenta a dismisura se ci riferiamo alla radio. Chi ascolta la radio non ha immagini, deve per forza fidarsi, che si tratti di calcio o altro. Io ho cercato di costruire questo legame con lealtà, la prima cosa che cercavo di trasmettere: ti sto raccontando ciò che vedo.

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