Umberto Motto, intervista sul Grande Torino e sul 4 maggio

Umberto Motto: “Valentino Mazzola diceva che avrei preso il suo posto”

di Redazione - 25 Aprile 2019

Umberto Motto: il Toro dopo la tragedia di Superga

Tuo papà non era solo un grande tifoso del Toro, ma anche un grande imprenditore
I miei genitori, nel 1925, aprirono un piccolo maglificio e nel giro di un ventennio furono capaci di costruire una grande azienda: il Maglificio Motto. Gli inizi sono stati duri. Erano gli anni successivi alla grande crisi del ’29. Ricordo che a Natale, la prima preoccupazione era pagare tutti gli stipendi. Si facevano i regali agli operai e alla fine si pensava a noi e si mangiava con quel poco che rimaneva. Non bisognava avere debiti! Questa era la cosa più importante. Mio padre aveva davvero a cuore il benessere dei suoi dipendenti. Per lui erano parte della famiglia. Pensate che quando seppe che molti di loro firmavano cambiali per comprarsi l’automobile, contattò il Professor Luciano Jona, all’epoca Presidente dell’Istituto Bancario San Paolo, chiedendo di mettere a punto un finanziamento ad hoc con tassi d’interesse agevolati, di cui per una quota parte si fece anche personalmente carico. Il Maglificio Motto divenne un’eccellenza dell’imprenditoria nazionale, capace di occupare migliaia di persone. Lo stabilimento era in Corso Brescia 86, in quello che poi diventerà il quartier generale della Robe di Kappa. Senza esagerazioni, posso dire che abbiamo prodotto calzini e maglie per tutti gli italiani. Mio padre, Ermanno Motto Cagna, mi educò tuttavia ad una vita morigerata, nonostante i mezzi finanziari non mancassero. Eravamo tra i pochi privilegiati a Torino ad avere l’automobile, eppure mi mandava al lavoro in bici d’estate e in tram d’inverno, raccomandandomi di salutare, sempre per primo, gli operai e gli impiegati. Nel mio primo giorno di lavoro, mi presentò al responsabile dell’officina con queste parole: “questo è mio figlio ed è l’ultimo arrivato. Farà l’operaio e il sabato sarà lui a occuparsi della pulizia delle frese e dei macchinari”. Ricordo che l’officina era vicino allo spogliatoio delle donne. Mio padre mise subito le cose in chiaro: “qui dentro ci sono 1200 donne, fuori di qui tutte quelle che vuoi. Comportati bene o non metterai mai più piede in fabbrica”.

Dov’eri quel 4 maggio del ‘49?
Sembrerà incredibile, ma il giorno della tragedia, solo mezz’ora prima dell’impatto, ero a Superga per portare in visita degli amici forestieri. C’era una nebbia mista a pioggia da non vedere nulla e quindi scendemmo subito. Una volta in città, tornai nella sede del Torino di Via Alfieri 6. Fu lì che appresi la notizia della sciagura dal segretario Giusti. Anch’io ero tra i convocati per la partita commemorativa contro il Benfica in Portogallo. Quel viaggio era vissuto da tutti come un premio, soprattutto dai giovanissimi come me e Dino Ballarin. Una volta si viaggiava poco e con difficoltà e quindi ci tenevo molto a far parte della comitiva. Il caso volle che proprio in quei giorni dovessi sostenere gli esami per il diploma di ragioniere, così alla fine non partii. Tre volte ho rischiato di morire: sotto i bombardamenti, nella tragedia di Superga e nell’incidente del ‘48.

Non tutti sono a conoscenza di quell’incidente. Ti va di raccontare cosa accadde?
Sì, sembra una sceneggiatura di un film, ma tutta la squadra del Torino Primavera rischiò di morire in un incidente aereo, solo un anno prima della tragedia di Superga. Eravamo di ritorno dall’Inghilterra, dopo un torneo con la nazionale giovanile dell’Italia contro le altre compagini europee. Su quell’aereo c’erano ben 16 granata su 18 calciatori. Atterrammo al campo volo dell’Aeronautica di Corso Francia, l’aeroporto di Caselle non esisteva ancora. Quando l’aereo toccò terra, i freni ebbero un guasto e finimmo la corsa dentro un hangar in fondo alla pista, sbattendo un’ala. Per puro miracolo l’aereo non andò a fuoco. Purtroppo, perse la vita un operaio quel giorno. Quella trasferta fu una bella esperienza tuttavia, di quelle che servono a cementare l’amicizia in un gruppo. Se penso alle scazzottate con i giocatori delle altre squadre! Noi avevamo pasta, riso, olio. Gli olandesi invece mangiavano pane e margarina.

Hai un ricordo speciale, un aneddoto sul Grande Torino che ti fa piacere condividere?
Difficile scegliere un ricordo… Mazzola più di una volta mi disse: “tu un giorno prenderai il mio posto”. Tant’è vero che tutti i miei compagni mi chiamavano “Capitano”. E così accadde, purtroppo. Indossai la fascia di Capitano del Toro nelle ultime quattro partite del campionato ’48-’49: Toro Genoa 4-0, Sampdoria Toro 2-3, dove volarono sputi e insulti, Toro Palermo 3-0 e, infine, Toro Fiorentina 2-0. A differenza di quello che raccontano le cronache, molti avversari giocarono sporco, perché non tutti misero le formazioni della Primavera, com’era stato cavallerescamente promesso, ma dei titolari della prima squadra.

Ma i ricordi più emozionanti, che sempre porterò con me, sono le partite al Fila del mercoledì contro il Grande Torino. Se ci penso mi vengono ancora i brividi. Che partite! Noi ragazzi per metterci in mostra davamo tutto quello che avevamo. E non pensate che il Grande Torino ce le suonasse di santa ragione. Le partite erano tirate e finivano 2 a 1, oppure 3 a 2 per loro. Vandone, il portiere della Primavera, andava a difendere i pali dei Campioni, mentre Bacigalupo, per allenarsi al meglio, giocava con noi “bocia” (“ragazzi” in dialetto torinese). A forza di giocare contro il Torino tutte le settimane, ormai conoscevamo a memoria i loro “giochetti”. Io, ad esempio, sapevo che Ferraris II dopo aver stoppato la palla di petto andava quasi sempre a destra e così lo anticipavo. Insomma, se posso usare un’espressione un po’ blasfema, conoscevamo i nostri polli e gli rendevamo la vita dura, anche più di alcune squadre di serie A. Per dirvi quanto erano accese quelle partite di allenamento, vi basti sentire questa: una volta un mio compagno, tifosissimo della Juve, entrò duro sulla tibia di Mazzola che di rimando lo stese con un cazzotto in faccia. Erbstein, l’allenatore, mandò tutti negli spogliatoi e quella fu l’ultima volta che noi ragazzi giocammo un match con la squadra titolare. Oggi se accadesse qualcosa di simile le televisioni e i giornali ne parlerebbero per settimane!
Il fluire del racconto improvvisamente si interrompe. Motto si alza, si gira verso la lavagna e scrive in stampatello maiuscolo, dall’alto verso il basso:
VANDONE – MOTTO – MARI – MACCHI – NARETTO – LUSSO – GIULIANO – FRANCONE – MARCHETTO – GIANMARINARO – BALBIANO
Ecco… questi erano i miei compagni di squadra, i miei amici. Avevamo diciotto anni e ci chiesero di scendere in campo al posto del Grande Torino.

Torino e l’Italia tutta nel dopoguerra tifava per il Toro, mentre la Juventus occupava un ruolo minore, sia per il seguito di tifosi, sia per la caratura tecnica. Come cambiano gli equilibri dopo la tragedia?
La Juventus approfittò subito dell’inaspettato vuoto di potere lasciato dal Grande Torino e cercarono in tutti i modi di affossare quello che rimaneva della società di Ferruccio Novo, prendendosi una rivincita meschina. Qualche anno dopo la tragedia, Il Professor Valletta e l’Ingegner Bono, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato della Fiat, si fecero promotori di un’iniziativa per dare un aiuto finanziario al Toro. L’accordo prevedeva che al Torino venisse corrisposto per tre anni l’importo di 50 milioni di lire. Ebbene, la somma fu versata solo il primo anno. Il Torino chiese per mesi e a più riprese spiegazioni del perché la seconda rata non arrivasse, ma non ricevette mai risposte. Finché, dopo svariati tentativi, la mia costanza fu premiata e, in qualità di Consigliere d’Amministrazione della Società, riuscii a prendere un appuntamento al Caffè Torino di Piazza San Carlo con Amapane, il segretario di Umberto Agnelli.

Non senza qualche imbarazzo, Amapane mi disse che i soldi non sarebbero più arrivati perché qualcuno riteneva non fosse giusto che, con due squadre nella stessa città, una fosse sovvenzionata e l’altra no. Chi poteva mai avere interesse a dire una cosa simile? Cercammo così un’altra strada per finanziarci e la trovammo nella Venchi-Unica, la famosa fabbrica di cioccolato, che nel frattempo aveva acquisito la Talmone. C’ero anch’io all’albergo Sitea di Via Carlo Alberto, quando fu siglato un accordo di sponsorizzazione triennale: 50 milioni di lire all’anno, più un premio di fine campionato legato al piazzamento in classifica. In cambio, sulla divisa da gioco del Torino, doveva far bella mostra di sé la T a caratteri cubitali della Talmone. Quella T, mai amata dai tifosi granata, fu la prima sponsorizzazione su una maglia da gioco nella storia del calcio italiano.

(Continua a pagina 3)

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Mario (granata1968)
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Mario (granata1968)

Pelle d’oca. Alcuni aneddoti non li conoscevo. Ci voleva una della iniezione di Toro. Fortunato Alberto ad aver avuto l’opportunità di conoscere questa persona fantastica. Grazie, sig. Umberto

DSR
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DSR

Raccontato in modo esemplare, letto attentamente sembra quasi di trovarsi in quell’epoca, documento inedito da conservare gelosamente, un grazie a Umberto Motto per quello che ha dato e che ancora dà a noi tifosi granata.

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Grazie Umberto!! Sono questi racconti, queste Persone (con la P maiuscola) che mi rendono orgoglioso e fiero di essere del TORO! Perchè, se è vero che gli anni passano ed i tempi cambiano, è altrettanto vero che ci sono valori universali, immutabili, imprescindibili. E il Toro, quello vero, quello che… Leggi il resto »