Umberto Motto, intervista sul Grande Torino e sul 4 maggio

Umberto Motto: “Valentino Mazzola diceva che avrei preso il suo posto”

di Redazione - 25 Aprile 2019

Umberto Motto e il “miracolo” Grande Torino

Ferruccio Novo era ben lontano dall’avere i grandi mezzi economici e il potere degli Agnelli. Come fu possibile il miracolo del Grande Torino?
Novo non era così ricco da permettersi il Torino. Aveva un’attività commerciale in Via Camerana 20 e vendeva prodotti tecnici per l’industria che l’azienda di famiglia produceva. Novo, però, seppe coltivare delle amicizie di primissimo piano nell’imprenditoria torinese e piemontese. Avete mai sentito parlare del “Settebello”? Il Settebello era un gruppo di sette imprenditori tifosissimi granata ed era la vera cassaforte dell’A.C. Torino.

C’era il Conte Dino Lora Totino, biellese e costruttore dei grandi impianti e delle funivie del Cervino; Angelo Viberti, quello dei camion e dei pullman; Marco Antonetto, quello del famoso digestivo; Mario Cora, quello dell’aperitivo; Marco Viotti, carrozziere e costruttore; Carlin Rocca, imprenditore del vetro e, infine, mio papà, Ermanno Motto Cagna. Novo e gli amici del Settebello furono gli artefici del miracolo che oggi tutti conoscono con il nome di “Grande Torino”. Ma la cosa più curiosa, che forse non tutti sanno, è che il primo e più importante finanziatore del Toro in quegli anni fu Erbstein. Il direttore tecnico del Torino, ungherese di nascita, da gran conoscitore del calcio qual era, faceva arrivare dall’Ungheria e dalle vicine nazioni giocatori sconosciuti a costo zero e quindi li indirizzava in squadre come la Pro Patria o il Novara per valorizzarli. Una volta che i calciatori avevano mostrato il loro talento, il Torino li rivendeva realizzando dei bei soldi senza aver speso una lira.

Possiamo dire che Erbstein fu l’inventore e il precursore delle plusvalenze nel calcio. Purtroppo, dopo la tragedia, tutto questo andò perduto. Ferruccio Novo era un uomo distrutto, profondamente segnato dal dolore. Aveva perso tutti i suoi uomini e, con loro, la lucidità. Nella delicata fase in cui il Toro doveva essere ricostruito, viene a mancare la guida carismatica del Presidente e non è chiaro chi sia a tenere le redini in mano. Quel che è certo è che Novo non si assume nessuna responsabilità nella campagna acquisti della stagione ’49-’50. La Società è allo sbando completo e vive di iniziative estemporanee di finanziamento, come quella del “Torino Simbolo”. Grazie all’intraprendenza di un imprenditore torinese del settore tessile, tale Signor Colombo titolare della Sanet, fu prodotta e commercializzata una spilla commemorativa, per l’appunto il “Torino Simbolo”. La raccolta fu un successo e portò nelle casse del Torino circa sessanta milioni di lire. Questa somma fu impiegata quasi interamente per l’acquisto del portiere Moro, senza che vi fosse il coinvolgimento di Novo, né l’assenso degli amici finanziatori a lui legatissimi. A quel punto, il Settebello si sciolse e con esso il patto di collaborazione col Torino.

Perché la tua promettente carriera di calciatore si interrompe subito dopo la tragedia di Superga?
Devo fare una premessa. Dopo l’ultima partita del campionato ’48-’49 con la Fiorentina, su di me fu montato un caso per la mia prestazione. Il primo allenatore del Torino del dopo Superga, tal Bigogno, mi accusava di essere stato tatticamente indisciplinato. In sostanza, la mia colpa sarebbe stata quella di non aver aiutato il mio compagno Depetrini in fase di copertura. Un paio di settimane dopo la partita con la Fiorentina, a campionato finito, Copernico (direttore tecnico del Torino) telefona in fabbrica a mio padre, dicendogli che l’allenatore Bigogno deve parlargli. Ero preoccupato, perché temevo che quel rimprovero potesse avere conseguenze sulla mia carriera al Torino. Bigogno, invece, non voleva parlare né di calcio, né di tattica, ma di affari. Aveva investito qualche soldo in uno stabilimento di Prato per la trasformazione degli stracci e si proponeva al Maglificio Motto in qualità di cliente per acquistare gli scarti e i ritagli. Mio padre si mostrò cortese e disponibile, tuttavia, erano già stati siglati degli accordi quadro e nei sei mesi a seguire non ci sarebbe stato spazio per nuove trattative. A quel punto, mio padre invitò il mio allenatore a ripresentarsi dopo qualche tempo. Bigogno, invece di ringraziare per l’opportunità, si lascia scappare una frase infelice: “se mi agevolerà negli affari, avrò un occhio benevolo nei riguardi di suo figlio”. Ricordo, come se fosse adesso, lo sguardo e le parole di mio padre: “da domani mio figlio Umberto non avrà più nulla a che fare con lei, con il Torino e non metterà mai più piede al Filadelfia”. Fu così che trovai un posto da titolare fisso in fabbrica e mi trovai fuori dal Toro e dal calcio, quasi per sempre.

Come sarebbe a dire “quasi per sempre” e come prendesti il divieto paterno a fare il calciatore?
Ho sempre accettato tutto quello che mio padre mi imponeva e lo ringraziavo per tutto quello che mi dava. Certo, mi sarebbe piaciuto giocare nel mio Toro. Avevo ereditato la fascia di Capitano dal più grande di sempre: Valentino Mazzola. Ma i tempi erano diversi, i figli si affidavano fiduciosi all’autorità dei genitori, accettando anche le decisioni più dolorose.
Così per due anni lavorai in fabbrica come operaio, finché non dovetti prestare servizio militare. Dopo qualche tempo, fui convocato agli Alti Comandi dal Generale Gerleri della 7° Artiglieria Cremona. Mi presentai un po’ preoccupato, non sapendo cosa aspettarmi. Il Generale, senza tanti giri di parole, mi dice: “Tu sei amico dei nipoti di mia moglie: i Moccagatta, figli del Presidente dell’Alessandria”. “Signorsì” – rispondo – “erano miei compagni di scuola”. “Il Presidente Moccagatta vuole che torni a giocare per aiutare l’Alessandria a salire dalla serie C alla B”. “Ma Signor Generale, sono due anni che non mi alleno e non tocco un pallone. Mi ci vorranno almeno quattro mesi per rimettermi in forma e siamo già a metà campionato!”. Il Generale non volle sentire ragioni e mi dette due tesserini di libera uscita: uno per le ore diurne e uno per quelle notturne. Ero a tutti gli effetti un militare, ma facevo il calciatore a tempo pieno. Giocai le ultime partite del campionato e contribuii a far salire l’Alessandria dalla C alla B. Poi gli impegni imprenditoriali presero nuovamente il sopravvento e smisi per sempre col calcio.

Non proprio per sempre, tornasti al calcio e al Toro, ma come dirigente. Hai un ricordo particolare di quella esperienza?
Sono tanti i ricordi, ma ad uno sono particolarmente affezionato, perché è legato ad un grande uomo ed a un altro grandissimo Capitano del Toro. E’ la metà degli anni ’50 e, per conto del Torino, vado a Trieste per portare al Fila e far vestire di granata un ragazzino della Ponziana: Giorgio Ferrini. Il padre di Giorgio mi disse poche parole: “Le affido mio figlio. Ha solo quindici anni. Ora ne è responsabile come un padre”. Ho preso queste parole alla lettera e mi sono preso cura di Ferrini esattamente come avrebbe fatto un padre. Giorgio approfittava di ogni momento libero, quando non si allenava, per raggiungermi al Maglificio Motto.

Umberto, chiudiamo con una nota dolente e una lieta…
La nota dolente è legata al giorno del famoso gol di Agroppi annullato nel fango di Marassi contro la Sampdoria nella stagione ’71-’72. Quella “svista” ci costò lo scudetto a beneficio, guarda un po’, della Juventus. Io sono in tribuna al fianco di Pianelli, come sempre. Di fronte a quell’incredibile ingiustizia dell’arbitro Barbaresco, cercai di convincere il Presidente a ritirare la squadra. Quel Toro e Capitan Ferrini su tutti meritavano il tricolore.

Ho rassegnato le dimissioni da dirigente solo il giorno dopo la vittoria dello scudetto nel ‘76. La mia missione era stata portata a compimento. La nota lieta, invece, è vedere che a distanza di settant’anni il seme del granatismo a Torino continua a germogliare, nonostante tutto. Essere stato invitato a parlare del mio Toro al cospetto di tanti ragazzi che hanno l’età che avevo io nel ‘49 è il regalo più bello e inaspettato che potessi ricevere.

Dopo due ore, di fronte ad un uditorio attento e silenzioso, saluta gli studenti del Colombatto. Viene un groppo in gola vedere gli studenti fare la fila per chiedere l’autografo a un calciatore di settant’anni fa, un uomo che oggi potrebbe essere il loro nonno. Si congeda confezionando due assist di saggezza: “mi raccomando, cercate sempre la qualità in tutto quello che fate e ricordate… del bel fare non ti stancare”.

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Mario (granata1968)
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Mario (granata1968)

Pelle d’oca. Alcuni aneddoti non li conoscevo. Ci voleva una della iniezione di Toro. Fortunato Alberto ad aver avuto l’opportunità di conoscere questa persona fantastica. Grazie, sig. Umberto

DSR
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DSR

Raccontato in modo esemplare, letto attentamente sembra quasi di trovarsi in quell’epoca, documento inedito da conservare gelosamente, un grazie a Umberto Motto per quello che ha dato e che ancora dà a noi tifosi granata.

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Grazie Umberto!! Sono questi racconti, queste Persone (con la P maiuscola) che mi rendono orgoglioso e fiero di essere del TORO! Perchè, se è vero che gli anni passano ed i tempi cambiano, è altrettanto vero che ci sono valori universali, immutabili, imprescindibili. E il Toro, quello vero, quello che… Leggi il resto »