Tra l’Europa e la Lazio, aspettando un domani

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Il prof. Bellone racconta un episodio particolare del Toro contro la Lazio. Ecco un nuovo capitolo dell'”Album del Prof”

Quell’anno per lui il Toro pareva essere solo un incidente di percorso. Certo, lo andava a vedere tutte le domeniche in casa e, nel corso della stagione, avrebbe pure seguito la squadra in trasferta una dozzina di volte, tra partite estive, campionato e coppa Italia. Ma per la testa pareva avere altri grattacapi, altre preoccupazioni, altri progetti. Stava pensando proprio a questo nel freddo e nel buio delle cinque del mattino del primo venerdì di primavera. Aveva qualche lavoretto occasionale e parecchio tempo libero, che non faceva fatica ad occupare, a costo di prolungare il più possibile il giorno dentro la notte. Sapeva che due giorni dopo sarebbe stato a Roma per la partita con la Lazio, ma non aveva ancora organizzato nulla di quel viaggio. C’era qualcosa di più fondamentale da programmare e da fare subito.

Il giovedì sera aveva atteso l’arrivo di un collega, che si sarebbe rivelato un amico per la vita. Un giornalista pisano, idealista e romantico, che per tutti era semplicemente “Fidel”. Erano stati a cena con la Gisa e con la Robi, ma alle undici erano già a nanna, perché la sveglia del venerdì era puntata sulle 4.15. Sarebbero andati al CIO a Losanna, per ottenere due pass per le Olimpiadi estive di Los Angeles. La settimana prima aveva ultimato la pratica per il passaporto, per il relativo visto d’ingresso a scopo turistico. Aveva già trovato un posto da dormire a Long Beach e pure gratis. Erano otto anni che meditava di andarci nell’anno delle Olimpiadi e adesso lo avrebbe fatto. Un pass per vedere qualche gara con lo status da giornalista avrebbe fatto comodo. Aveva provato a convincere qualche testata locale ad accreditarlo, ma a Torino nessuno gli aveva dato retta, né giornali, né tv. Aveva solo una lettera di accredito della radio dove aveva prestato il servizio civile, che sarebbe servita come i punti in classifica che può avere il Benevento in serie A. Così era ricorso all’amico toscano. Fidel si era trovato un campus a Santa Monica con sei mesi di anticipo e aveva procurato due lettere di impegno di Tele Livorno, senza le quali al CIO non avrebbero neppure risposto al citofono. Il piano era semplice. Sarebbero partiti con la sua vecchia Panda prima delle cinque, per arrivare a Losanna in tempo per l’appuntamento fissato con un telex a nome loro e della testata che avevano trovato. Sapevano che l’indirizzo giusto sarebbe stato a Ginevra, alla sede dell’UER, ma lì non gli avevano lasciato speranze: sarebbe servita una testata a carattere nazionale per ottenere il pass. Invece a Losanna Fidel aveva un appoggio al CIO. Si illudevano che potesse bastare.

Nonostante fossero determinati e carichi, a Losanna li avevano respinti con fermezza svizzera, rimbalzandoli, come prevedibile, a Ginevra. Là erano stati più possibilisti, ma solo per una forma di educazione olimpica. Gli avevano detto di contattare l’ABC, ma i due non sapevano neppure di quale entità si stesse parlando. Così, dopo aver pranzato con un dozzinale ramequin (un gratin di pane inzuppato di vino, con abbondante formaggio passato al forno) non gli era rimasto altro da fare che comprare due stecche di cioccolato, un gagliardetto del Servette per la sua collezione originale e mettersi sulla strada del ritorno. La Panda aveva tossito qualche volta di troppo, ma erano rientrati in tempo a Torino per la cena già combinata con gli amici del solito giro e, soprattutto, per andare a letto appena prima della rotazione completa dell’orologio.
Il sabato era cominciato alle 8.30, con quattro ore di lavoro. Poi aveva accettato l’invito di Fidel a partire in treno con lui. Si era fermato a cena a Pisa nella sua pizzeria di fiducia, poi erano stati in piola da Ignazio, con una banda di amiche del pisano. Chitarre, fiaschi e cantautori del tempo. Alle tre del mattino, tra un coro e l’altro, lo avevano accompagnato in stazione, a prendere il treno per Roma. D’improvviso, aveva perso un’altra ora di sonno, perché quella notte sarebbe scattata l’ora legale.

Domenica, alle 8.20 ora nuova, dopo poche ore sonnecchiate su un sedile, il convoglio lo aveva scaricato a Termini. In due ore si era fatto a piedi il giro turistico della città: Campidoglio, Milite Ignoto, Ara Coeli, Chiesa del Gesù, piazza Venezia, piazza Navona, Campo dei Fiori, Castel Sant’Angelo, fino a piazza San Pietro. Per la prima volta aveva assistito dal vivo alle messa celebrata dal Papa e si era emozionato. Poi, ancora a piedi, allo stadio olimpico.

Aveva comprato il biglietto della Sud ed era entrato. Sul centro sinistra della curva, che era immensa, aveva scorto una macchia granata. L’intenzione era quella di unirsi, ma non conosceva nessuno. C’era qualche anziano (per lui, per definizione, lo erano tutti quelli che dimostravano di aver superato i cinquanta) che era sceso dal suo stesso treno e tutta una serie di facce che non aveva mai visto, forse fratelli di tifo romani o del centro Italia. Già i vicini avevano iniziato ad attaccarsi, gridando di stare seduti e di non fare casino, per cui aveva deciso di togliersi da lì. Chissà perché, pensava che potessero venirgli solo rogne se fosse rimasto in quel gruppetto. Così si era spostato più in basso, con la sua bella sciarpa appesa al collo, seduto qualche fila sotto, nella parte inferiore della curva. Anche là, i vicini non ne volevano sapere. “Togli quella sciarpa, che porti solo grane” gli urlavano. La paura di un attacco da parte dei laziali pareva dominare tutta la curva, ma lui si era incaponito di vedere la partita da quella angolazione, seduto, con la sua sciarpa granata al collo. Alla fine le cose si erano messe bene, nel senso che i laziali se ne erano rimasti al proprio posto e nessuno lo aveva più disturbato. Molto peggio era andata per il risultato, perché dopo il deludente 0-0 casalingo di sette giorni prima con l’Ascoli, arrivava ora una sconfitta. Dopo soli 4’ aveva segnato D’Amico, ma aveva smesso già da qualche anno di giocare con il Toro. La partita era bella che finita.

Uscito dallo stadio aveva avuto il tempo e la forza di farsi un giro fino a piazza di Spagna. E, da lì, per Fontana di Trevi, i Fori Imperiali, il Circo Massimo, fino a Testaccio e alla vicina stazione Trastevere, dove alle 20.10, dopo venti chilometri a piedi inframmezzati da 90’ di passione, aveva preso il treno di ritorno.

Finita? Neppure per scherzo. Aveva promesso a Fidel che sarebbe sceso da lui per un bicchiere della staffa e così era stato. A mezzanotte precisa lo attendevano al quinto binario, per una nottata nella piola della sera prima. Altre chitarre, altre canzoni, altro frizzantino, altre ragazze, fino alle 2.50. Poi li aveva salutati tutti e aveva dato appuntamento al primo aprile, quando sarebbe tornato per la partita del Toro contro il Pisa. Sarebbe stato un pareggio, targato Schachner, che non avrebbe soddisfatto nessuno, con le prime contestazioni isolate a Bersellini. Anche a quei tempi, come oggi, si contestava l’allenatore. Ma in quel momento, questa parte non la conosceva ancora.
Esausto aveva preso il treno della notte per Torino, ma gli scompartimenti erano tutti occupati, o chiusi dall’interno, o pieni di gente già sdraiata. Così, non aveva trovato di meglio da fare che stendersi per terra nel corridoio, addormentandosi all’istante. All’alba del lunedì lo aveva svegliato la gente che gli calpestava i capelli nel tentativo di oltrepassarlo. A casa aveva cacciato tutto a lavare, si era fatto una doccia e sarebbe andato a dormire qualche ora, se non fosse stato per quel biglietto sulla scrivania che gli aveva fatto salire l’adrenalina. Marco diceva di avere un amico meccanico nel New Jersey, che gli avrebbe trovato una macchina usata con meno di 800 dollari. Beh, certo, ci sarebbe stato da portarla fino a Los Angeles, ma che razza di viaggio sarebbe stato senza una bella e riposante traversata per gli States da est a ovest?

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Immer

È sempre bello leggere i tuoi racconti mi ricordi le mie trasferta in giro per l’Italia a seguire il mio toro. .io farei una rubrica dove le persone posano raccontare le loro trasferte storie vere altro che sky

Dui purun bagnà n't l'oli
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Dui purun bagnà n't l'oli

Grazie, Prof!
Avremo il piacere di risentirLa nelle Sue mitiche radiocronache delle partite del Toro? Molti di noi sono cresciuti e hanno imparato l’italiano grazie a Lei!