Un balcone con vista sul campo di Marassi

di Fabrizio Bellone - 3 Febbraio 2018

Torna l’appuntamento con il prof. Fabrizio Bellone: ecco un nuovo capitolo della rubrica “Dall’album del prof”. Con il Ferraris, e Genova, protagonisti

Per me Samp-Toro è una pasta al pesto a Pegli prima della partita, a casa di Silvio, amico di vacanze estive e di calcio praticato da ragazzini. Tifoso blucerchiato dalla nascita, marcatore arcigno ma leale, aveva un solo modello: non Lippi, né Arnuzzo, non Boni e neppure Salvi, ma Nello Santin, elegante e tecnico, invalicabile difensore che gli porterò via per arrivare allo scudetto. Non ho mai visto Silvio versare una lacrima, ma so che quel giorno ha pianto, cominciando a patire un pochino anche per noi, fino ad essere ripagato di tanta attesa dalla squadra di Boskov, di Cerezo e di Mancini.

Per me Samp-Toro è il vagone di un treno speciale, le voci e i canti ad ogni stazione, il corteo di avvicinamento a Marassi annunciando il nostro arrivo. È quello stretto sottopassaggio di lato alla ferrovia, gli agguati all’uscita quando viaggi da solo, all’imbocco del vicolo di Borgo Incrociati, dove ti chiedono l’ora per sentire quale accento porti. È il sole in faccia della Gradinata Nord, che ribolle dei nostri colori, non la rete di una gabbia laterale, dove non ti vede nessuno. È l’incitamento della folla, lungo e continuo per i novanta minuti, con i cori importati dall’Inghilterra e quelli nuovi di zecca, nati su quei gradoni e copiati da mezza Italia. È la fiumana spessa e implacabile, che scende lenta ma inesorabile verso la stazione Brignole al termine della partita. È il grido di rabbia che sento da dietro, di un ragazzo al quale hanno portato via gli occhiali: “l’han ciapame i rayban”, grida, mentre cerca di risalire la corrente per richiamare l’attenzione degli ultras. È il giorno in cui quel ragazzo diventerà uno di loro.

Per me Samp-Toro è un balcone al settimo piano di un palazzo in corso De Stefani, con vista sul campo di gioco. L’unico posto possibile per trasmettere una radiocronaca, impossibilitato ad accedere alla tribuna stampa dello stadio per i divieti vigenti in quegli anni. È una piovosa domenica di metà maggio 1987, commentando su Radio Centro una secca sconfitta, senza formazioni, né binocolo, privo di ogni sussidio o commento di appoggio, avendo imparato a distinguere i ragazzi soltanto dal modo di muoversi, ormai mandato a memoria grazie alle giornate passate al Fila. È il pareggio a reti inviolate del 1991, visto in bassa frequenza dalla discoteca Blue Moon in piazzale Marassi, a due passi dallo stadio e da lì raccontata per radio, dal momento che mi era stato negato l’accredito stampa. E poi la corsa precipitosa per entrare al Luigi Ferraris senza biglietto, in controsenso rispetto alla folla che sciama verso casa, diretto agli spogliatoi per catturare le voci dei protagonisti da irradiare via etere.

Per me Samp-Toro è una sconfitta nel giorno dei Morti, con Gianni De Biasi e Walter Mazzarri sulle panchine e già Urbano Cairo al comando. Ma è anche la geometria precisa e ficcante di un’azione unica e irresistibile in tre soli passaggi, fino al gol di Rolando Bianchi, nella vittoria della promozione in serie A, il primo anno di Ventura.

Soprattutto, per me, Samp-Toro è l’immagine di quel ragazzo nella foto. Nè solo, né eroico, invero solitario e romantico; non triste o sofferente, ma assorto e concentrato; riflessivo e pensieroso sì, ma neppure troppo. Determinato, per DNA di famiglia, corredo tramandato al padre da Valentino e passato a lui attraverso Giorgio e Claudio, capitani coraggiosi, capaci di stare al proprio posto, ma anche di farsi sentire nei modi e nei momenti adatti. Fiero di percorrere la strada dell’umiltà e del rispetto, quello vero, con la giusta dose di ambizione e il senso di ciò che è giusto. Samp-Toro ha il volto di quel giovane appassionato di un calcio che oggi non esiste più, ma che, tuttavia, l’uomo che è diventato non riesce a lasciar andare. Tifoso di qualcosa presente ormai soltanto nei ricordi e nella testa, in parte nel nome mutato da qualche anno, forse uguale solo nel colore bruciante della maglia. A trentacinque anni da allora quel ragazzo non ha più speranze, ma mantiene intatta quella fiducia e quell’ottimismo. Attende senza paura che questo calcio imploda su se stesso, che quel bubbone marcio su una faccia butterata, appena coperta dal cerone del Var, scoppi, versando definitivamente tutto il suo schifoso essudato purulento. Quel giorno sarà bello come una vittoria in rimonta e Samp-Toro smetterà di essere una qualsiasi partita di un anonimo campionato già scritto, per tornare ad essere la sua partita del cuore.

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