Bruno Neri e Erno Erbstein: il coraggio di resistere - Toro.it

Bruno Neri e Erno Erbstein: il coraggio di resistere

di Francesco Vittonetto - 25 Aprile 2020

Per il 25 aprile il ricordo di due uomini con un passato granata: Bruno Neri, morto partigiano e Erno Erbstein, sfuggito alle persecuzioni naziste

Vinsero insieme, patirono distanti e diversi. Bruno Neri e Erno Erbstein sono stati un pezzo di Toro, l’uno in campo e l’altro in panchina. Neri fu terzino e mediano di pensiero: faentino di nascita, trascorse a Firenze la porzione centrale della carriera con gli scarpini, tra il 1929 e il 1936. Quest’ultimo fu l’anno che lo portò alla corte di Erbstein, ai tempi allenatore della Lucchese. Lì continuò a farsi apprezzare come giocatore affidabile, tanto da conquistarsi la maglia azzurra convocato da Vittorio Pozzo. A Lucca restò appena un anno, prima di partire per Torino, là dove il tecnico ungherese lo raggiunse nel 1938, proprio nei mesi in cui l’Italia fascista adottava le Leggi Razziali. Erno, di famiglia ebraica, fu costretto a fuggire con la moglie Jolan e le figlie Marta e Susanna. Partì in direzione Rotterdam, ma non ci arrivò mai: la gabbia nazista lo bloccò dapprima in Germania, poi lo costrinse a tornare nella natale Ungheria. 

Erbstein, il legame con Novo. Neri diventò Berni

Da lì Erbstein continuò a tenere allacciati i contatti con Ferruccio Novo, presidente del Torino, e a lui suggerì due nomi per rinforzare la squadra: Valentino Mazzola ed Ezio Loik, pilastri del Venezia che poi divennero leggende sotto la Mole. Intanto la guerra infiammava. 

In Italia, Neri passò dal Torino al Faenza nel 1940. E nella città dell’infanzia tramutò in azione le convinzioni maturate in una vita di studi. Il pensiero del mediano non era solo al pallone. A Firenze, nel 1931, si rifiutò di salutare col braccio alzato i gerarchi fascisti, il suo gesto più noto. Ma nel capoluogo toscano amava anche frequentare il caffè delle Giubbe Rosse, dove sedevano intellettuali come Montale e Carlo Bo. Era un antifascista.

E così per amore di libertà, grazie al cugino Virgilio, si arruolò nella resistenza dopo l’8 settembre 1943. Salì sui monti diventando Berni, comandante del battaglione Ravenna – carica poi ceduta all’amico Vittorio Nico Bellenghi -, e combatté in sinergia con il gruppo di Silvio Corbari nell’appennino. 

1944, l’anno più difficile. Quel giorno terribile all’eremo di Gamogna

1944. A Budapest, in marzo, entrarono i tedeschi. Le donne della famiglia Erbstein trovano rifugio in un convento adibito a fabbrica di guerra, protette dal coraggioso padre cattolico Pàl Klinda. Erno venne internato in un campo di lavoro e scampò miracolosamente la deportazione in Polonia. 

Sui monti faentini, in quegli stessi mesi, Berni aderiva alla missione Zella: attraverso l’omonima radio si informavano le varie brigate degli spostamenti delle truppe tedesche nella zona, si recapitavano agli alleati documenti strategici e si coordinavano gli aviolanci. Il 10 luglio, partiti in avanscoperta, Neri e Bellenghi si imbatterono in una pattuglia tedesca presso l’eremo di Gamogna. E lì caddero in uno scontro a fuoco. 

In Ungheria, per Erno, era iniziato il periodo più duro: l’avvicinarsi dell’Armata Rossa rendeva ancor più spietata la persecuzione. Per sfuggire all’orrore, Erno si affidò a Raoul Wallenberg – “Giusto fra le Nazioni” – e poi grazie alla figlia Susanna riuscì a ricongiungersi alla famiglia. Tornò in Italia, a Torino, e sotto l’ala protettrice di Novo aspettò quel 25 aprile 1945. Liberazione. 

Quattro anni dopo, Erno perirà nello schianto di Superga. Ma non prima di aver consegnato alla storia, da direttore tecnico, il Torino più vincente di sempre. 

Neri ed Erbstein: storie, legate, di coraggio

Neri e Erbstein, pezzi di Toro nel quinquennio dei proiettili, del sangue, della dittatura. Ma poi anche della Resistenza. Morte e libertà, nel tempo in cui il nesso causale tra le due era assieme un incubo e un ideale. Il mediano partigiano e l’allenatore ebreo hanno patito distanti, dopo essere stati uniti su un campo di pallone. Ma sognavano entrambi un mondo diverso: l’uno ha cercato fino alla fine di alleggerire il peso dell’oppressione, non da eroe ma da civile militante, l’altro ha inseguito “senza paura, da uomo saldo nella sua moralità” – come ama ricordarlo Susanna – la salvezza per sé e la sua famiglia. 

Il 25 aprile ha aperto una porta. Anche alle storie di cui tener memoria, “guida, esempio e monito alle generazioni future”

La targa dedicata a Bruno Neri presso la casa natale di Faenza

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corrado
corrado
6 mesi fa

Grazie per questo splendido articolo. Buon 25 aprile alla redazione e a tutti i tifosi granata