Ciao Sauro, quando incontri papà salutalo per me

di Franco Ossola - 11 Aprile 2018

Il commosso saluto di Franco Ossola a Sauro Tomà: dagli aneddoti su Valentino Mazzola al ricordo del Grande Torino, con quel primo contatto con la sua nuova squadra

Se ne è andato un gentiluomo.
Sauro Tomà non era soltanto l’ultimo anello che ancora teneva insieme, vivido e palpabile, concreto, il ricordo del Grande Torino, ma un uomo d’altri tempi, un uomo sempre garbato, cortese, elegante nei modi e nell’anima. Aggregato poco più che ventenne ai Campionissimi, entrò in punta di piedi nell’organico, confidando in una maturazione calcistica progressiva che, non per nulla, lo portò a condividere in ben ventisei occasioni la casacca granata con i compagni del Grande Torino. Veniva schierato sulla linea dei terzini per esigenze tecniche (il più delle volte come sostituto di Maroso) e per il modo di giocare del tempo, ma nel calcio di oggi sarebbe un centrale perfetto: perentorio stacco di testa, anticipo, buon controllo della palla, calcio potente. Qualcuno scrisse che se Tomà avesse avuto nel suo repertorio anche la giusta dose di grinta la Nazionale avrebbe dovuto farci un pensierino. Ma Sauro aveva un animo docile, mite, piuttosto di compiere un fallo (come tanti se ne vedevano sui campi di quegli anni dove i terzini erano autentici mastini) preferiva far brutta figura e lasciarsi scappare l’avversario.

Quando arrivò al Torino fu Mazzola a prenderlo sotto la sua ala protettiva. Gli piaceva quel giovane ben educato che quasi arrossiva nel parlargli e conosceva le buone maniere. “Vedrai, qui al Toro, ti troverai bene, anche se ogni tanto ci scappa qualche litigata, siamo tutti amici e non ci sono invidie. So che sei bravo, impegnati e le soddisfazioni arriveranno anche per te”. E arrivarono, infatti, sotto la forma di due triangolini tricolore di campione d’Italia da appuntare sul petto. Scampato a Superga per quelle imperscrutabili trame del destino che l’uomo non riuscirà mai a penetrare nelle loro misteriose dinamiche, persi a Superga i suoi compagni e amici, Tomà si fece paladino del ricordo. Oltre ai bei libri pubblicati (con la regia dello scrittore granata Sergio Barbero), non smise mai di portare ben accesa la fiaccola del mito di quella squadra imbattibile alla quale anche lui per due stagioni aveva dato il suo onesto, limpido contributo.

Fra i tanti ricordi, amava raccontare, con quel suo sorriso delicato quasi trattenuto, la prima impressione agonistica ricevuta al contatto con i Campionissimi. Ne rimase così abbacinato da spaventarsi: giocavano un calcio magnifico, fatto di appuntamenti sempre precisi sul pallone, di intese alla cieca, di improvvise fiammate che mettevano in ginocchio qualsiasi avversario. La domenica dell’esordio (dopo la bella prova di qualche giorno prima in un’amichevole a Barcellona), al Filadelfia il Grande Torino annichilì la neo promossa Lucchese per 6-0. Sauro sostituì Rigamonti e gli sembrò di sognare. Non seppe mai perché, ma fu come se con quei ragazzi avesse giocato da sempre. Ed ora che se n’è andato, per sempre continuerà davvero a farlo. Immagino che si sarà presentato lassù con il suo solito stile, con pacatezza e umiltà, come il primo giorno in cui arrivò al Torino. Da parte mia, che tante volte l’ho sollecitato a farmi parte del suo ricordo, delle sue emozioni, un favore debbo ancora chiedergli: “Sauro, quando incontri papà abbraccialo per me. Grazie”.

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tric
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tric

L’ultimo pezzo del Grande Toro se n’è andato! Speriamo che venga almeno ricordato come si conviene!

alfonso53
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alfonso53

Ciao campione. Ricordo quando in uno dei nostri incontri mi dicesti che nel salone di casa tua avevi una gingantografia degli Immortali e li sautavi con un buonguiono e una buonasera

Tabu
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Tabu

Un saluto commosso a colui che è stato il mio giornalaio per tanti anni! Era proprio un altro calcio…