Armando Izzo si racconta a tutto tondo a croncachedispogliatoio.it: da Scampia alla chiamata di Mazzarri, fino al calcio come stile di vita

Sopravvivenza. L’istinto primordiale per eccellenza che spinge l’uomo a compiere certe scelte. Lo stesso che ha guidato Armando Izzo verso una vita diversa da quella che avrebbe potuto risucchiarlo nel vortice più oscuro di Scampia, quello che non lascia scampo: “Per me la parola alternativa non era contemplata. Quando nasci a Scampia non sai cosa c’è fuori, non vedi altre prospettive.“. Un destino che sembra già scritto: “La maggior parte degli amici con cui condividevo quei pomeriggi in piazza è finita in galera. C’era chi spacciava, altri rubavano. Non li ho mai giudicati e loro mi hanno tenuto lontano da quella vita, perché ero bravo a giocare a calcio e vedevano in me una speranza. Mi proteggevano, volevano che io ce la facessi anche per loro. Siamo cresciuti insieme, in strada, ma nelle quattro mura di casa ognuno aveva la propria adolescenza. Non avevo tempo per sbagliare strada”.

Il calcio come ancora di salvezza per Izzo

Latte e biscotti. Questo il menù previsto casa Izzo. Ma in fondo, “quando nasci senza niente, l’unica cosa che puoi mettere in palio è il cuore. E il cambiamento radicale alla fine è arrivato con quello sport che, come ha detto lui, tende la mano a chi cresce senza regole. Tutto comincia però con i campi improvvisati per strada, nel bel mezzo di un ambiente pericoloso, che forgia chi ci vive: “Mettevamo due buste per terra e pensavamo al calcio, non c’era tempo da perdere. Era l’unica ancora di salvezza. Perché appena la palla usciva dal recinto di gioco, la normalità ti affossava. Se finiva nei sotterranei potevi trovare davvero di tutto: sapevi che per risalire con il pallone in mano dovevi schivare siringhe, lacci emostatici e altre schifezze”.

I viaggi del padre e le corse giù dalle scale per giocare a pallone: questo è il calcio di Izzo

E se si chiede al numero cinque del Torino cosa sia il calcio per lui, ecco che il flusso di coscienza si attiva, riportando alla luce i ricordi: “Per me il calcio sono le continue partitelle in strada. Per me il calcio è mio padre che torna dai viaggi di lavoro. La sua Fiat Uno che spunta da dietro l’angolo e io che lo guardo alla finestra. Faccio finta di nascondermi aspettando il suo fischio. Sì, mio padre fischiava sempre e in quel momento per me era il suono più bello del mondo. L’unico che volevo ascoltare. Lo attendevo come un bambino attende il Natale: scendeva dalla macchina ogni volta con un pallone diverso, uno per ogni città in cui si spostava per vendere le sue stoffe. Uno della Roma, uno della Lazio, uno dell’Inter, uno del Milan. Il calcio sono io che scendo come un pazzo le scale, le stesse che percorrevo faticosamente con le casse d’acqua in mano. In quei momenti non mi sembravano né ripide, né massacranti. Erano solo il passaggio per la felicità”.

La chiamata di Walter Mazzarri al Napoli

C’è chi nota subito la luce negli occhi del difensore partenopeo quando pensa al pallone. Walter Mazzarri mi convocò per il ritiro con la Prima squadra del Napoli, ma arrivai a Folgaria senza scarpe. Nelle giovanili io non mi allenavo con la divisa della società, mia madre mi preparava la borsa e spesso scendevo in campo con i calzettoni diversi, la maglia dell’Arsenal e i pantaloncini del Barcellona. Quella volta in ritiro a Folgaria entrai in punta di piedi. Era il primo giorno e non avevo le scarpe da ginnastica. Entrai nel magazzino e me ne provai un paio. Erano 4 numeri più grandi dei miei. Feci tutta la seduta così”. Quando l’ex tecnico del Toro viene a conoscenza della situazione gli dà i soldi per gli scarpini. Non fu per i 50 euro, ma per il gesto. Quando ci siamo ritrovati a Torino mi ha ringraziato per le belle parole che avevo speso per lui negli anni”.

“La mia storia è simile a quella di Dybala”

Ed alla fine aveva ragione Izzo senior, perché Armando riesce ad arrivare. Dal guardare le partite del Mondiale del 2006 con un panino e la Coca Cola a giocare l’Europeo. In fondo resta sempre lo stesso e questo non gli fa rinnegare le proprie radici anzi: “I miei compagni mi chiedono come sia Scampia. Gli mostro le foto, mi dicono che vorrebbero vedere con i loro occhi. Tomás Rincón, ad esempio, è uno dei più interessati. La mia storia è simile a quella di Paulo Dybala, anche lui viene dal nulla e ha perso il padre da piccolo. Dopo un derby gli sono andato incontro e gli ho detto: ‘Io e te abbiamo una storia simile. Ci fa onore per quello che siamo diventati’. E l’ho abbracciato. ‘Noi due siamo simili’. Io ho lasciato Scampia impaurito e, quando ci sono tornato, l’ho fatto da persona migliore. Da esempio, da speranza. Quello che voglio essere per voi. Quando vengo lì, io mi sento forte grazie a voi. Mi sento a casa. Abbiamo qualcosa in più, noi. Non mangiare per due giorni non va bene, non deve succedere. Abbiamo fame, ce la possiamo fare. Noi siamo indistruttibili.

Armando Izzo
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ultimo aggiornamento: 03-02-2021


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bombereleven
bombereleven
9 mesi fa

Tranquilli,al prossimo derby la maglia di Dybala gli spetta di diritto,pronto a postarla per i parenti gobbi di Scampia,qualcuno a casa,qualcuno a mollo….

Ivan Groznyj (El Terrible)
Ivan Groznyj (El Terrible)
9 mesi fa

Ecco, ci mancava solo lui.

Ultrà
Ultrà
9 mesi fa

Markette…Scampia…Uolter…il gobbo…ha dimenticato solo i ristoranti di Avellino e Genova…ma vaff

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