I 50 anni dello scudetto / La squadra di Radice cresce giornata dopo giornata, resta in scia e nel derby del 7 dicembre capisce di poter davvero cambiare il campionato
Nell’autunno del 1975, anche tra gli addetti ai lavori il Torino non è ancora percepito come la squadra destinata a spezzare il dominio dei campioni d’Italia della Juventus: la squadra di Radice è competitiva, spettacolare, moderna nel gioco e nel pressing ma il pronostico – almeno all’inizio – resta bianconero. La Juve di Parola ha lo scudetto sul petto, il Napoli di Vinicio parte forte, col Toro che invece appare ancora un progetto in crescita: ben organizzato, intenso ed innovativo ma non ancora dominante.
Il girone d’andata granata, oltretutto, era iniziato in salita. La sconfitta di misura a Bologna alla prima giornata sembrava riportare tutti alla logica della vigilia, ma la reazione granata è immediata: il 3-0 al Perugia della settimana successiva restituisce classifica e fiducia, ma soprattutto mostra i tratti di un Toro giĂ riconoscibile. Il giovane tecnico brianzolo Gigi Radice aveva infatti dato alla squadra fin da subito una fisionomia precisa, fatta di aggressivitĂ , recupero alto del pallone, a cui si aggiungeva una condizione atletica superiore e un’idea di calcio “olandese” molto moderna per il tempo. Il tutto, sorretto da un impianto umano e tecnico che cominciava a funzionare alla perfezione. Pulici e Graziani, sempre piĂą “Gemelli del gol”, lĂ davanti si completano alla perfezione, il metronomo Zaccarelli garantisce equilibrio in mezzo al campo, mentre Claudio Sala con le sue giocate sublimi ed i suoi dribbling funambolici resta il giocatore di maggior estro, capace di rompere la prevedibilitĂ con giocate fuori dallo spartito.
Il Toro cresce, ed alza pian piano i giri del motore, ma lo fa quasi senza fare rumore. Pareggia ad Ascoli, batte l’Inter al Comunale, poi manda un segnale forte al campionato superando 3-1 il Napoli, altra squadra attrezzata per frequentare i quartieri alti della classifica. Intanto, la Juventus resta davanti ma non scappa davvero. Pareggia a Como, perde contro l’Inter a San Siro, si inceppa a Cesena in un inatteso pareggio (3-3). Piccoli segnali, sufficienti però a tenere aperto il campionato.
Ed è proprio lì che cambia la percezione del torneo: domenica dopo domenica, il Toro resta agganciato ai cugini. Non domina, non travolge, ma resta lì. L’1-1 dell’Olimpico contro la Roma vale quasi quanto una vittoria perché impedisce alla Juventus di allungare. La rincorsa granata diventa anche resistenza psicologica.
Poi arriva il derby
Il 2-0 del 7 dicembre pesa molto più dei due punti conquistati: è una vittoria di forza, personalità e di grande maturità . I granata risolvono la pratica nella ripresa, con un uno-due micidiale ovviamente firmato Pulici-Graziani, che nel giro di tre minuti annientano i bianconeri. La vittoria sulla Juve è il primo segnale concreto che il predominio cittadino e nazionale puó essere messo seriamente in discussione; per il Toro è la definitiva certificazione di competitività . Da quel momento la squadra di Radice gioca con un’altra consapevolezza, anzitutto mentale.
La conferma arriva immediatamente: vittoria a San Siro contro il Milan firmata Zaccarelli-Graziani, poi arriva il successo sul Como prima della pausa natalizia. La Juventus tiene il passo e chiude comunque davanti, campione d’inverno, ma il campionato è ormai cambiato ed è chiaro a tutti.
Il Toro ha smesso di guardare i bianconeri dal basso; dopo quindici giornate il duello è piĂą che mai aperto e Torino, per la prima volta dopo anni, comincia a pensare che il tricolore possa davvero cambiare sponda del Po. Quello di Radice è un gruppo che non si nasconde e che – soprattutto – ha smesso di considerare lo scudetto soltanto una suggestione: è ancora una rincorsa, sì. Ma ormai è una rincorsa che fa paura.
