A Milano con l’Inter si è aperta una strada

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Torna l’appuntamento con la rubrica curata dal prof Fabrizio Bellone

Giorgio si gira di scatto quando si sente chiamare da dietro. Poi strizza gli occhi, si liscia i capelli e sorride, quando riconosce gli amici. Oggi è teso, più del solito, forse perché mancano meno di due ore alla partita e non vede l’ora che la festa cominci.
Giorgio non c’era ancora quando Meroni segnava quel gol fantastico, lasciando di stucco Sarti dopo aver sorvolato un gigante come Giacinto Facchetti. Quel giorno suo nonno c’era, come era presente anche quando si scendeva dal pullman con il pallone e si giocava nei prati in vista di San Siro, in attesa di perdere di misura. Poi era venuto il momento di suo padre, in trasferta a Milano quando non sapeva ancora che sapore aveva uno scudetto, ma l’avrebbe scoperto presto. Gli aveva raccontato della prima volta che aveva visto il Toro vincere in quel mausoleo, autogol di Bini su cross di Claudio Sala, con tutta la gradinata che rimbombava, al punto da temere che crollasse tutto. Di quella volta che dall’altra parte gridarono “Superga” e gli ultras si fecero mezza gradinata del secondo anello per andare a chiarire un paio di cosette. Suo padre ci era andato anche in autostop, con lo zio Flavio, per uno scialbo 0-0, o da solo, per un 1-1 natalizio l’anno successivo. Gli racconta ancora oggi quando era tornato scornato per quel rigore decretato da Agnolin, per un falletto di Cuttone, una ostruzione quasi invisibile che era costata la sconfitta. Una sconfitta pagata il doppio, 4500 lire il prezzo del biglietto di gradinata acquistato dai bagarini, visto che le biglietterie avevano esaurito i tagliandi. Giorgio aveva voluto tutti i dettagli della finale di Coppa Italia persa sul campo, ma stravinta per il tifo sugli spalti, e per fortuna che c’era la polizia a scortarli alle macchine, perché quegli infami avevano i coltelli. Giorgio sa di quella biondina dagli occhi chiari, con la fede nell’anulare destro, che nel 1983 aveva reso indimenticabili i gol di Borghi, Selvaggi e Torrisi, perché sarebbe diventata sua madre.

Poi era nato lui, ma era ancora troppo piccolo per vivere in diretta la sassaiola del 1989, dalla quale papà era tornato a casa con sei punti di sutura, tre volte più di quelli incassati dall’Inter con il 2-0, che era risultato più indigesto della cassoela del bar del trotto. Da allora padre e nonno avevano chiuso con le trasferte e Giorgio aveva cominciato a sentire le partite per radio con loro, a cominciare da quel pareggio a reti bianche ai tempi di Borsano, per continuare con la scoppola del 93, un 3-0 a fine stagione quando si votava per il sindaco, fino a godere del gol di Mendez per l’1-1 in apertura di terzo millennio.

È teso Giorgio, perché oggi ricorrono dieci anni dalla sua prima trasferta al Meazza, quattro gol a zero e nessuna voglia di parlarne. Loro, gli amici di sempre, gli hanno tenuto un posto in macchina, ma lui è silenzioso, perché non riconosce più i suoi fratelli di tifo, ultimamente troppo presi a discutere di tutto e meno propensi a sostenere la squadra, costi quello che costi. Non ce la fa a tifare contro per fare un dispetto al presidente, o per fare esonerare l’allenatore. Lui è sempre stato “solo per la maglia”. Era così suo padre ed era così anche suo nonno, che lo hanno educato al mondo granata con i loro racconti.

Non si è fatto suggestionare dalla campagna acquisti, sapeva e sa che questo non è il Toro più forte degli ultimi 20, 30 o 40 anni, indipendentemente da quanto affermato dal suo presidente. Non si è esaltato per le prime vittorie, non era tra quelli convinti di andare a Venaria a sbancare i ladroni d’Italia. C’è rimasto male per i pareggi con il Verona ed il Crotone, quando Mihajlovic gli è sembrato più solo dell’unica colonna rimasta del tempio di Hera. Ha temuto il peggio dopo le sconfitte con Roma e Fiorentina, quando il mister è parso sul punto di annegare senza più riemergere. Sinisa non gli è simpatico, non gli piace il suo modo di “allenare i tifosi”, ma ha tifato per vincere contro il Cagliari, quando altri avrebbero volentieri perso, pur di farlo colare a picco. Quell’abbraccio collettivo in campo, al termine della partita, per lui ha significato tanto, ancor più dei pubblici attestati di stima, che avrebbe gradito ascoltare prima, nel momento del bisogno.

Quando sale al terzo anello della gradinata, in attesa della partita con l’Inter, Giorgio sa che l’ambiente è diviso e che la squadra non ha equilibrio. È nervoso, perché la strada gli sembra ancora lunga e tortuosa, come il labirinto di villa Pisani sulla riviera del Brenta. Non intravede alcuna via d’uscita e accorgersi dell’assenza di Moretti gli restituisce pessime sensazioni. Ma Giorgio è lì, sugli spalti, a tifare per il Toro, per quella maglia granata soltanto. Non conta nient’altro, chi gioca bene e chi male, Burdisso e Niang, il centrocampo a tre, oppure i quattro attaccanti. C’è ancora un’ora e mezza di tempo prima di aprire le chat della critica. Sono novanta minuti che sa come impiegare. Quello che non sa ancora è che in quel labirinto, forse, si è aperto un vicolo. Vorrei vederlo quando se ne accorgerà, ma so già che si passerà una mano sui capelli, per poi sorridere.

6 Commenti

    • non ho detto che mi piacerebbe andarci..non è che ci godo quando perdiamo..però non mi interessa vincere a tutti i costi..c’è gente in passato che per essere accettata da noi tifosi ha dato fuoco a una maglietta..ora qua arriviamo ad augurarci Gasperini in panchina..tutto qui 😉

  1. Sono completamente d’accordo con tutti gli amici che mi hanno preceduto. L’unica cosa che mi intristisce è che su un articolo così bello, che dice tante cose di come essere del Toro, siamo solo in 4 a commentare.
    Tifo e critica possono anzi devono convivere. Dobbiamo lasciare fuori (o pazientare se ci sono, che è meglio) sia i tifosi cosiddetti “a prescindere” che gli estremisti della critica (perdiamo per cacciare qualcuno). Come al solito, gli estremi.
    Ma la pancia, o meglio la maggioranza, è con Giorgio, non c’è dubbio. Spero sia sempre così

  2. I tifosi non sono mai stati “contro” a priori..il tifoso medio del toro nemmeno se la ricorda più l’ultima volta in cui ha vinto qualcosa…tifa toro lo stesso..però ci sono dei valori che devono essere rispettati..e ogni volta che questa cosa non succede è giusto che i tifosi manifestino il loro dissenso..Giorgio non è il solo a tifare per la maglia..ma se una volta accadeva che anche chi era in campo capiva perfettamente cosa significasse tutto questo ora sembra che nemmeno più alcuni che stanno in balconata lo capiscano..

    vedere niang che passeggia per il campo è un insulto per un tifoso del toro..e questo per me va oltre quanto è stato pagato..Asta e Ferrante non erano certo Ronaldo e Ronaldinho..ma si era contenti di averli in rosa lo stesso..non credo che si possano paragonare tecnicamente vives e niang..uno è stato sempre sostenuto e applaudito dalla curva..l’altro ha cominciato malissimo e deve far cambiare opinione..indossare la maglia è condizione necessaria, ma non sufficiente a ottenere sempre e incondizionatamente il sostegno dei tifosi secondo me..e la maglia di niang era indossata da Ossola..se non hai rispetto per questo e lo dimostri apertamente durante le tue prestazioni è giusto, anzi sacrosanto, che i tifosi si incazzino..e, anzi, mi sono meravigliato che in maratona questa cosa non venga sentita così tanto..ho visto coi miei occhi al termine di Torino Roma un capo ultras “dire” a un tifoso incazzato che il Toro non si fischia (e non aggiungo descrizioni sul come questo concetto sia stato espresso in quel momento)..

    Non ho mai sperato in una sconfitta per cacciare Miha..per me si può andare anche in serie b (è successo tante volte)..preferisco una squadra di pasquale bruno o animao, o di rambo policano piuttosto che una squadra di niang..

    avessi voluto tifare una squadra perché vince……….

    ma per me…

    che si vinca o che si perda, forza Toro……………………………………………………….